Roma, il fumo dell’Olimpico ferma il tennis: gli Internazionali sospesi per la festa dell’Inter
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Redazione Sport
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La Curva Nord ha sempre avuto la sua voce, ieri sera però ha parlato senza nemmeno scendere in campo. Roma ha assistito a una scena surreale, di quelle che trasformano un semplice incrocio di programmi in una metafora involontaria: il calcio, il grande rivale per antonomasia di ogni altra disciplina che osi calcare l’erba del Foro Italico, si è preso una rivincita silenziosa fatta di polvere da sparo e vento. Mentre Luciano Darderi, l’italo-argentino che ormai sembra giocare con la pazienza di un vecchio tennista e la potenza di un giovane gladiatore, stava conducendo la sua battaglia contro il talento spagnolo Rafa Jodar, una fitta coltre biancastra ha iniziato a invadere il Centrale. Non era foschia mattutina, né l’afa che già appesantisce l’aria capitolina: era il fumo dei fumogeni e dei fuochi d’artificio accesi per celebrare la decima Coppa Italia dell’Inter, a pochi passi di distanza, nello Stadio Olimpico.
Il match, che già procedeva su binari drammatici per l’elevato tasso di umidità capace di rendere il campo una trappola e il sistema dell’Occhio di falco inaffidabile, ha subito una sospensione netta. Diciotto minuti, il tempo che l’aria si ripulisse a sufficienza per permettere ai giudici di linea e ai due atleti di rivedere la pallina. Una parentesi, quella, che ha consegnato al racconto della notte un elemento di assoluto surrealismo: il calcio che ferma il tennis, la cultura popolare dello stadio che irrompe – metaforicamente e letteralmente – nel salotto buono del circuito mondiale. Darderi, che aveva già eliminato avversari del calibro di Tommy Paul e Alexander Zverev, non si è lasciato destabilizzare più di tanto; anzi, la pausa forzata, nel suo essere grottesca, gli ha forse regalato il tempo per ricaricare la mira nel momento più critico.
La notte fonda del Centrale: Darderi e l’arte di non mollare mai
Non è stata solo la sospensione per il fumo a rendere indimenticabile la serata del Foro Italico. C’è stato il tennis, quello vero, fatto di nervi e di rimonte. Darderi, numero 16 al mondo, ha dovuto annullare due match point nel secondo set – due chance che Jodar, il giovane spagnolo che Jannik Sinner aveva definito “what a player” dopo averlo incontrato a Madrid, si è visto sfumare tra le dita. Poi, il crollo dell’astro nascente: nel terzo set un eloquente 6-0 che profuma di resa. L’intera partita è durata oltre tre ore, con il punto decisivo che è arrivato alle due di notte. Un orario in cui solitamente gli stadi tacciono e i fumogeni sono solo ricordi; e invece ieri, complice il calendario che aveva voluto la finale di Coppa Italia e il turno diurno del torneo di tennis nello stesso fazzoletto di terra, la Capitale si è ritrovata divisa – o unita – dal medesimo cielo impestato.
Calcio e racchetta, il derby parallelo che non smette mai di stupire
È difficile non notare l’ironia della situazione, anche se l’ironia non è altro che la cronaca dei fatti quando questi prendono una piega inaspettata. L’Olimpico e il Centrale condividono la stessa matrice architettonica del Foro Italico, ma vivono in mondi spesso separati da rivalità di pubblico e di narrazioni. Ieri sera quei mondi hanno colliso, letteralmente, attraverso una nube di particolato. Se il calcio festeggiava il proprio trionfo con fumogeni e razzi (un classico delle notti romane, sia chiaro, che nulla ha a che fare con incidenti specifici ma tutto con l’esuberanza coreografica), il tennis cercava di rispettare i propri secondi, i propri tic di sport borghese e millimetrico. L’arbitro, di fronte all’impossibilità di distinguere la traiettoria della pallina, ha dovuto alzare le mani: una resa tecnica al vicino più ingombrante.
L’umidità, il falco e i diciotto minuti che hanno cambiato il ritmo
Gli elementi, del resto, avevano già messo lo zampino prima dei fumogeni. L’alto tasso di umidità, quello che fa sudare i giocatori già dal riscaldamento, aveva trasformato il campo in una superficie lenta e insidiosa. A peggiorare le cose, il sistema Occhio di falco – quel dispositivo tecnologico ormai considerato infallibile – aveva cominciato a dare segni di cedimento, probabilmente confuso dall’aria satura e dalla scarsa visibilità. La direzione di gara, quindi, si è trovata a gestire un match fantozziano dove la tecnologia cedeva il passo all’emergenza ambientale, e l’emergenza ambientale aveva il profumo dolciastro della pirotecnia sportiva. Darderi ne è uscito vincitore, sì, ma l’immagine che resterà di questa edizione degli Internazionali sarà forse quella di un Centrale vuoto nel fumo, con due atleti fermi a guardare verso lo stadio, in attesa che il vento – o la fine dei festeggiamenti – restituisse loro la visibilità.




