Trump e il "delirio di onnipotenza": le parole choc sui dazi e le reazioni

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Donald Trump, che alla Casa Bianca ha fatto della provocazione verbale un’arte, ha superato ogni limite durante la cena del National Republican Congressional Committee a Washington. Parlando dei dazi imposti all’estero – una misura che ha scatenato una guerra commerciale dagli effetti ancora incerti – il presidente degli Stati Uniti ha dichiarato, davanti a una platea estasiata, che i Paesi colpiti «mi baciano il culo», aggiungendo che implorano: «Per favore, signore, faccia un accordo». Un’espressione volgare, che non solo conferma il suo stile sopra le righe, ma solleva interrogativi su quanto la retorica trumpiana stia sfociando in un vero e proprio delirio di onnipotenza.

La frase, pronunciata con nonchalance, è solo l’ultimo episodio di una lunga serie di esternazioni che hanno contribuito a polarizzare l’opinione pubblica internazionale. Trump, che già in passato ha definito se stesso come l’unico in grado di risolvere i problemi globali, sembra convinto che la strategia dei dazi – calcolati, secondo molti economisti, «senza senso» – stia funzionando. «Tutti ci chiamano, tutti ci baciano il cu...», ha ripetuto, lasciando intendere che i leader stranieri siano disposti a qualsiasi compromesso pur di evitare ritorsioni commerciali.

Le reazioni non si sono fatte attendere. Matteo Salvini, vicepresidente del Consiglio italiano, ha definito «abbastanza disgustosa» l’immagine evocata da Trump, senza però entrare nel merito delle politiche commerciali. Altri, come l’ex premier Matteo Renzi, hanno colto l’occasione per attaccare non solo Trump ma anche gli avversari politici interni, in un gioco di specchi che dimostra quanto le parole del tycoon riescano a influenzare il dibattito ben oltre i confini americani.

Intanto, mentre l’Europa e la Cina studiano contromosse, i mercati finanziari oscillano tra timori e opportunità. La Germania, reduce dall’accordo per il nuovo governo, osserva con prudenza, consapevole che una escalation tariffaria potrebbe danneggiare un’economia già fragile. E mentre a Tegucigalpa si riunisce il Celac – senza la presenza di alcuni attori chiave –, il mondo sembra diviso tra chi cerca di «leccare il culo» a Trump, come lui stesso sostiene, e chi prova a resistere, conscio che le conseguenze di questa guerra commerciale potrebbero essere più gravi del previsto.

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