Hope: “La fusione Paramount – Wb distruggerà il nostro cinema”

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Redazione Economia Redazione Economia   -   L’assemblea degli azionisti di Warner Bros. Discovery ha segnato un prima e un dopo nel panorama mediatico globale, aprendo ufficialmente la strada all’acquisizione da parte di Paramount Skydance. L’operazione, dal valore complessivo di circa 110 miliardi di dollari, è passata a stragrande maggioranza. Eppure, come spesso accade in questi colpi di scena finanziari, il diavolo si annida nei dettagli o, meglio, nei compensi dei vertici: il cosiddetto “golden parachute” destinato all’amministratore delegato David Zaslav – una cifra che, tra contanti, azioni e rimborsi fiscali, potrebbe aggirarsi intorno agli 880 milioni di dollari – è stato clamorosamente bocciato in sede consultiva. Un segnale politico inequivocabile che rivela una profonda frattura tra la governance aziendale e i suoi investitori, i quali hanno separato il “sì” alla strategia industriale dal “no” a una retribuzione giudicata semplicemente oscena.

L’affondo di Ted Hope e la lettera delle quattromila firme

Mentre i numeri da capogiro – e il debito annesso, destinato a schizzare verso gli 80 miliardi – facevano il giro delle agenzie di stampa, a Hollywood cresceva la controffensiva culturale. A guidarla c’è Ted Hope, produttore indipendente di lungo corso (cofondatore della The Good Machine, nonché ex capo della produzione di Amazon Studios), il quale ha contribuito a lanciare una lettera aperta che, in poche settimane, ha raccolto oltre quattromila firme. Non si tratta solo di comparse illustri – da Robert De Niro a Sofia Coppola, passando per Joaquin Phoenix e Denis Villeneuve – ma di un vero e proprio allarme lanciato da chi teme che il cinema d’autore e di mezzo budget venga schiacciato definitivamente.

Hope – che non usa mezzi termini nel definire l’operazione – spiega come l’industria cinematografica statunitense sia ormai “asservita alle piattaforme” e come la nascita di un colosso unico riduca le opzioni per i produttori indipendenti a sole quattro porte da bussare. Un incubo di uniformità, insomma, dove la ricerca di “efficienze” (ovvero, come rincara lui, cancellazione di posti di lavoro) e la necessità di ripagare un debito mostruoso spingeranno i vertici a evitare qualsiasi rischio creativo, preferendo sequel e franchise già rodata.

Il voto sull’amministratore delegato: un caso unico

La dinamica del voto di giovedì ha rappresentato un’anomalia significativa nel capitalismo americano contemporaneo. Gli azionisti, pur avallando l’operazione da 111 miliardi di dollari, hanno usato la loro influenza per condannare il trattamento economico riservato al management uscente. David Zaslav, già oggetto di critiche feroci per le passate gestioni (e per la cancellazione di progetti come *Batgirl*), si trova ora nella posizione imbarazzante di avere un mandato chiaro per l’operazione industriale, ma una fiducia dimezzata sul piano etico. La buonuscita, che secondo alcuni documenti depositati alla Sec raggiunge cifre da capogiro anche grazie a meccanismi di maturazione accelerata delle stock option, è stata percepita come un furto legalizzato in un momento in cui l’azienda si appresta a drastiche ristrutturazioni.

La prospettiva di un settore in apnea

A preoccupare Hope non è solo l’aspetto economico, ma quello prettamente antropologico e lavorativo. In una lunga intervista, il produttore ha ricordato che, senza una regolamentazione adeguata (simile alle vecchie *Financial and Syndication Rules* che impedivano ai network di monopolizzare tutto), il cinema americano rischia di diventare un deserto di contenuti preconfezionati. La fusione, osserva, non solo concentrerà nelle mani degli Ellison (grandi sostenitori della nuova amministrazione presidenziale) un potere mediatico immenso, ma legittimerà l’idea che la creazione artistica debba piegarsi ai dettami della finanza algoritmica. Lo testimonia il paradosso: la Warner, reduce da un anno di successi con pellicole originali da Oscar, viene venduta per le sue “proprietà intellettuali” a un gruppo già indebitato, in un’ottica di pura speculazione finanziaria che poco ha a che fare con la settima arte.

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