Hollywood, oltre mille firme per bloccare la fusione Paramount-Warner
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Il fronte del “no” al mega accordo da 111 miliardi di dollari che dovrebbe portare Warner Bros. Discovery nell’orbita di Paramount Skydance si è materializzato nel cuore di Hollywood, dove registi, attori e produttori – solitamente divisi da rivalità professionali – hanno trovato una inedita convergenza di intenti. A quasi due mesi dall’offerta che ha sconvolto gli equilibri del settore cinematografico americano, l’operazione voluta dal miliardario David Ellison si scontra ora con una resistenza culturale e sindacale di proporzioni inaspettate, concretizzatasi in una lettera aperta pubblicata dal New York Times e intitolata senza mezzi termini “Block the Merger”. Oltre mille professionisti dell’industria, una lista che legge come un who’s who del cinema mondiale, hanno così deciso di alzare la voce contro quella che percepiscono non come una semplice operazione finanziaria, ma come una minaccia esistenziale per un settore già sottoposto a una pressione fortissima a causa dei cambiamenti tecnologici e delle precedenti ondate di consolidamento.
Un parterre di firme illustri contro la riduzione della concorrenza
Tra le firme raccolte spiccano nomi del calibro di Joaquin Phoenix, Ben Stiller, Kristen Stewart, Jane Fonda, oltre a registi del calibro di Denis Villeneuve, David Fincher, Yorgos Lanthimos e J.J. Abrams. Una mobilitazione, questa, che non ha precedenti recenti per ampiezza e trasversalità, capace di mettere assieme star del cinema indipendente e icone del blockbuster. La loro argomentazione è chiara e priva di ambiguità: la fusione, riducendo il numero dei grandi studi cinematografici americani a soli quattro, non farebbe che aggravare una crisi strutturale già in atto, caratterizzata da un crollo vertiginoso del numero di film prodotti e distribuiti. L’accusa mossa dai firmatari è che la logica di questo gigantismo finanziario non gioverà affatto alla creatività, ma anzi la soffocherà ulteriormente, favorendo la scomparsa del cosiddetto mid-budget film – quelle produzioni di medio calibro che storicamente hanno rappresentato il vivaio dei talenti e la spina dorsale della varietà culturale hollywoodiana.
La tesi del danno sistemico: posti di lavoro e libertà creativa
Nel dettaglio, la lettera aperta elenca una serie di conseguenze nefaste che i firmatari ritengono inevitabili in caso di approvazione dell’operazione. Si parla esplicitamente di una riduzione delle opportunità per gli artisti, di una contrazione dei posti di lavoro lungo l’intero ecosistema produttivo – dalle maestranze ai piccoli fornitori – e di un inevitabile aumento dei costi a fronte di una scelta ridotta per il pubblico, sia negli Stati Uniti che nel resto del mondo. Non si tratta solo di una questione economica, avvertono i manifestanti, ma di un principio democratico: la concorrenza, ricordano, è essenziale tanto per un’economia sana quanto per una democrazia sana. La preoccupazione di fondo è che un colosso dalle dimensioni mastodontiche – nato dall’unione di due biblioteche di contenuti immensi come quelle di Warner e Paramount – finisca per dettare le regole del gioco in modo schiacciante, penalizzando quelle voci indipendenti che faticano già oggi a trovare spazio in un mercato sempre più polarizzato verso i grandi franchise o le produzioni low cost per lo streaming.
La controffensiva di Paramount e lo stallo normativo
Di fronte a questa levata di scudi, la compagine di David Ellison non è rimasta in silenzio. Attraverso una nota ufficiale, Paramount Skydance ha risposto alle critiche ribadendo la propria volontà di sostenere i talenti, promettendo anzi che la fusione creerà maggiori opportunità per gli artisti e per il pubblico. L’amministratore delegato, lo ricordiamo, ha già garantito che Warner e Paramount continueranno a operare come studi separati, con l’obiettivo ambizioso di rilasciare almeno 30 film di qualità all’anno nelle sale cinematografiche. Una promessa, quest’ultima, accolta con molto scetticismo da chi, come i firmatari della lettera, ha già visto fallire impegni analoghi in passato. Mentre i legali delle due parti lavorano per ottenere i necessari via libera – la fusione deve ancora superare lo scoglio del voto degli azionisti e, soprattutto, l’esame delle autorità regolatorie – la campagna del “fronte del no” cerca di influenzare l’opinione pubblica e i decisori politici, a partire dal procuratore generale della California Rob Bonta, esplicitamente chiamato in causa per vigilare su un’operazione che rischia di ridisegnare in modo permanente il panorama mediatico statunitense.




