Il ponte sullo Stretto e i nodi irrisolti: sicurezza, geologia e un governo che punta alla storia
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Redazione Interno
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Mentre il governo Meloni supera i 1025 giorni di vita, diventando il quarto esecutivo più longevo della Repubblica, una delle sue scommesse più ambiziose — il ponte sullo Stretto di Messina — torna al centro del dibattito, non solo per la sua portata simbolica ma per le questioni tecniche ancora aperte. Se da un lato Webuild, l’azienda incaricata della realizzazione, lo descrive come un’opera capace di "unire le generazioni sotto il segno del fare", dall’altro persistono interrogativi legati alla sicurezza sismica e alla stabilità dei terreni, quei suoli "poveri" e soggetti a liquefazione che dovranno sorreggere torri e ancoraggi.
Lo Stretto, crocevia geologico tra due placche in lento ma costante allontanamento (circa tre millimetri l’anno), è un’area segnata da faglie attive, alcune delle quali già protagoniste di eventi distruttivi. L’Ispra le ha mappate, ma non è chiaro se gli studi abbiano valutato appieno il rischio, soprattutto alla luce di terremoti come quelli de L’Aquila o Amatrice. Il progetto, approvato dal Cipess lo scorso 6 agosto, prevede strutture in grado di resistere a sollecitazioni estreme, ma mancano risposte definitive sulla compatibilità con un territorio così dinamico.




