Il suicidio assistito del diritto: perché dire No è l'ultimo atto di legittima difesa

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Il quesito referendario che il 22 e 23 marzo prossimo verrà sottoposto al giudizio degli italiani — quello sulla separazione delle carriere dei magistrati, per intenderci — nasconde, dentro la sua apparente tecnicità, una voragine. Una di quelle voragini che si aprono sotto i piedi di chi cammina fiducioso, pensando che il terreno che calpesta sia solido, e che invece frana portandosi via tutto: l’equilibrio dei poteri, la funzione di garanzia del giudice, quell’idea stessa di giurisdizione che la Costituzione affida a un Corpo unico, proprio per evitare che l’accusa diventasse un braccio armato di chissà quale maggioranza. Si discute, e ci si accapiglia, da mesi, ormai. La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha rotto gli indugi e con un video di tredici minuti diffuso sui suoi canali social è scesa in campo in prima persona, parlando di “bufale” e “banalizzazioni” da parte di chi si oppone alla riforma. Una mossa, la sua, che sa tanto di contromossa: i sondaggi, si dice, vedono il fronte del No in rimonta, e allora la partita — che il governo aveva cercato di presentare come una doverosa modernizzazione del sistema, sul modello di quanto avviene nel resto d’Europa — diventa improvvisamente una battaglia politica senza esclusione di colpi.

La reazione delle opposizioni, va detto, non si è fatta attendere. I rappresentanti del Movimento 5 Stelle nelle commissioni Giustizia di Camera e Senato — da Stefania Ascari a Federico Cafiero De Raho, fino a Roberto Scarpinato — hanno parlato di una premier nel “panico”, costretta a ricorrere a “bugie e strumentalizzazioni di casi di cronaca” pur di arginare la marea montante dei contrari. E il Partito Democratico, per bocca di Alfredo D’Attorre, ha rincarato la dose, osservando come la Meloni, invece di occuparsi delle conseguenze economiche della guerra e del rialzo dei tassi di interesse, preferisca fare l’influencer per il Sì. Ma al di là della polemica politica contingente — quella che vede da un lato il governo e la sua maggioranza compatta nel sostenere le ragioni del cambiamento, e dall’altro un campo largo che va da Avs al Pd, passando per i pentastellati, serrare le fila in difesa dello status quo —, la sostanza della riforma merita forse uno sguardo più attento, più sgombro da quelle che Vittorio Manes, professore ordinario di Diritto penale all’Università di Bologna, definisce “distorsioni” che inquadrano il dibattito negli schemi ormai consunti di destra e sinistra.

Perché la questione, in fondo, è un’altra. È capire se separare le carriere — cioè creare due percorsi distinti e impermeabili per chi indaga e per chi giudica, con due distinti Consigli superiori della magistratura, uno per i pm e uno per i giudici, e con membri in parte estratti a sorte, come prevede il testo — serva davvero a garantire quella terzietà del giudice che la Costituzione già sancisce all’articolo 111. Manes, che pure è tra i più convinti sostenitori del Sì e che insieme ad altri avvocati penalisti sta portando la sua battaglia nelle piazze di tutta Italia, sostiene di sì: “Un modello autenticamente liberale — lo ha definito nel corso di un confronto bolognese con il costituzionalista Augusto Barbera — che risponde di più all’esigenza di garanzia di noi tutti, perché crea una diaspora tra la funzione di chi accusa e chi deve valutare la fondatezza di quell’accusa”. Ma c’è chi, come lo stesso Barbera, pur riconoscendo che “ogni riforma ha vantaggi e svantaggi”, invita a non trasformare il voto in un plebiscito per o contro il governo, e ricorda che il sorteggio dei componenti del Csm — una delle novità più discusse — rappresenta una “umiliazione”, seppur funzionale a sottrarre le carriere dei magistrati alla lottizzazione delle correnti.

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