Lo scimpanzé e il suo nettare: la prova scientifica che conferma l’ipotesi della “scimmia ubriaca”

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il raccoglitore, una sorta di ramo biforcuto rivestito con un sacchetto di plastica, è lo strumento che ha permesso di fare luce su una delle teorie evolutive più affascinanti degli ultimi decenni. Aleksey Maro, studente laureato all’University of California Berkeley, ha trascorso undici giorni nello scorso agosto a Ngogo, all’interno del Parco Nazionale di Kibale in Uganda, con un obiettivo preciso: raccogliere campioni di urina degli scimpanzé occidentali, Pan troglodytes. L’impresa, portata a termine sotto la guida dell’esperta Sharifah Namaganda, ha richiesto pazienza e una certa inventiva, aspettando che i primati, i quali tendono a urinare prima di lasciare il luogo del pasto, offrissero il momento opportuno. Talvolta il prelievo è avvenuto dalle foglie o da piccole pozze sul suolo della foresta, sfruttando la curiosa abitudine degli animali di espletare le funzioni in modalità separata. Lo sforzo è stato ripagato: su venti campioni analizzati, ben diciassette hanno mostrato tracce significative di etilglucuronide, un sottoprodotto metabolico che si forma esclusivamente in seguito all’ingestione di alcol -1-5. La cosiddetta “scimmia ubriaca”, dunque, non è solo un’immagine folkloristica, ma una realtà fisiologica che ora poggia su basi solide.

La conferma biochimica di un’antica abitudine

I risultati, in attesa di pubblicazione sulla rivista *Biology Letters*, colmano un vuoto cruciale nella ricerca avviata anni fa. Già in precedenza, lo stesso gruppo di studio aveva documentato come la frutta consumata dagli scimpanzé, in particolare l’*African breadfruit* e la mela stella bianca, contenesse livelli di etanolo da fermentazione tali da fornire circa quattordici grammi di alcol al giorno, l’equivalente di due drink standard per un essere umano. Tuttavia, mancava la prova regina che quell’alcol finisse effettivamente nel metabolismo degli animali. Le analisi delle urine, condotte con strisce reattive sensibili a partire da trecento nanogrammi per millilitro, hanno rilevato livelli di etilglucuronide paragonabili a quelli di una persona che abbia consumato uno o due drink nelle ventiquattr’ore precedenti. Robert Dudley, professore di Biologia integrata all’UC Berkeley e coautore dello studio, ha sottolineato come si tratti di concentrazioni elevate, le quali in ambito clinico e forense umano sarebbero considerate assolutamente rilevanti. La presenza diffusa di questi metaboliti suggerisce che l’ingestione di etanolo non sia un evento occasionale, bensì una componente regolare della dieta di questi primati.

Il significato evolutivo di una dieta fermentata

Questa scoperta non si limita a registrare un curioso comportamento alimentare, ma offre un sostegno fondamentale all’ipotesi formulata dallo stesso Dudley circa vent’anni fa, secondo cui la predilezione umana per l’alcol affonderebbe le radici in un passato lontano, comune a quello delle grandi scimmie. L’idea è che la capacità di localizzare e digerire frutta fermentata, con il suo contenuto di etanolo, abbia rappresentato un vantaggio evolutivo per i nostri antenati frugivori. L’odore dell’alcol, in questa prospettiva, fungeva da segnale per individuare frutti energeticamente più ricchi e zuccherini, fondamentali per la sopravvivenza. Mangiando quasi cinque chilogrammi di frutta al giorno, come fanno gli scimpanzé, anche una bassa concentrazione di etanolo si traduce in un apporto calorico non trascurabile. I ricercatori hanno notato che i campioni negativi provenivano in modo sproporzionato da femmine in fase fertile e da giovani, lasciando ipotizzare che i maschi possano accaparrarsi i frutti con il più alto tasso alcolico, ma si tratta di un aspetto che necessita di ulteriori approfondimenti.

Il valore della ricerca sul campo e le prospettive

La metodologia impiegata da Maro rappresenta un esempio virtuoso di come la ricerca sul campo possa fornire risposte a domande complesse. L’utilizzo degli stessi test rapidi impiegati per verificare l’astinenza negli esseri umani, ad esempio in contesti lavorativi a rischio, applicati alle urine degli scimpanzé apre una finestra inedita sulle loro abitudini. Il fatto che gli animali non mostrino segni di ebbrezza, nonostante l’assunzione regolare di etanolo, suggerisce una tolleranza fisiologica sviluppata nel corso di milioni di anni. Dudley ha annunciato l’intenzione di estendere questo tipo di analisi ad altre specie, come i pipistrelli della frutta in Madagascar, per verificare quanto il consumo di alcol da fonti naturali sia diffuso nel regno animale. La domanda, per i ricercatori, non è più *se* gli animali consumino alcol, ma *quanto* e con quali effetti a lungo termine sulla loro fisiologia e sul loro comportamento sociale, un legame che appare strettamente connesso alla nostra stessa storia evolutiva.

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