Il guardiano della tradizione che apre alle euro-obbligazioni. Nagel cerca un compromesso mentre Merz stringe i cordoni della borsa

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   C’è una scena, nell’Europa che si ritrova nel castello di Alden Biesen per parlare di declino e competitività, che vale più di qualsiasi comunicato ufficiale. Joachim Nagel, il presidente della Bundesbank, quello che per curriculum e casacca dovrebbe difendere l’ortodossia finanziaria tedesca con il fucile puntato contro ogni forma di debito comune, si siede e dice: gli eurobond possono servire. Purché – e qui sta il nodo – siano regolari, controllati, destinati a scopi precisi. Una crepa nel muro. Piccola, certo, e tutta in salita, perché nel frattempo dalla Cancelleria Friedrich Merz ribadisce che con lui non se ne farà nulla, che il debito comune distrae dalla produttività, che semmai si riformi il bilancio pluriennale. E mentre il cancelliere parla, Nagel deve fare i conti anche con il suo stesso direttorio: fonti interne alla Bundesbank, raccolte dall’agenzia Dpa, raccontano di un’iniziativa non concordata, di un’«opinione personale» che rischia di rimanere tale, di un presidente che forse ha camminato un po’ troppo spedito rispetto al resto del plotone -10.

Il punto, e qui la vicenda si fa interessante per chi segue da anni le geometrie variabili dell’Unione, è che Nagel non sta affatto abbracciando la Francia di Emmanuel Macron con slancio rivoluzionario. Anzi. L’uomo che arriva da Francoforte mette sul tavolo condizioni chiare: liquidità, programmazione, controllo. Dice che l’Europa deve diventare attraente per gli investitori extraeuropei, che un mercato profondo di titoli sicuri aiuterebbe il continente a giocare un altro campionato, ma ripete anche che «il debito europeo non è un pranzo gratis» -1-5. Ecco la mossa. Nagel non scardina la dottrina tedesca; cerca piuttosto di aggiornarla alla luce di una Germania che non cresce più come un tempo, con i Bund che rendono quasi quanto i Btp e il mito della triple A che inizia a scricchiolare sotto il peso di 500 miliardi di investimenti interni -7. Il che, tradotto in soldoni, significa che la paura di dover pagare per i «Peccatori» del Sud – un ritornello che abbiamo sentito milioni di volte – oggi si accompagna alla consapevolezza che anche il Nord, da solo, forse non ce la fa.

Ma se Nagel apre uno spiraglio, Merz prova a sprangarlo. E lo fa con una nettezza che lascia poco spazio alle interpretazioni: no agli eurobond per difesa, intelligenza artificiale e transizione verde. I soldi, dice Berlino, si trovano già nel bilancio Ue, a patto di smetterla di spendere due terzi delle risorse in politiche di coesione e agricoltura -8. Una posizione che il cancelliere difende anche a denti stretti, ben sapendo di avere dentro casa, nella sua stessa maggioranza, un’ala della Csu e della Cdu pronta a ricordargli che «con i soldi degli altri si è sempre generosi» e che un passo falso sul debito comune potrebbe costare caro in termini di credibilità interna ed elettorale -6. Ecco allora che la partita si fa doppia: da un lato il confronto con Macron, che invece insiste su una capacità fiscale comune e parla di «risveglio europeo»; dall’altro il pressing dei falchi di Monaco e Berlino, pronti a denunciare qualsiasi deriva verso la tanto temuta «unione dei trasferimenti».

Macron, dal canto suo, non molla la presa. Intervistato da sette quotidiani europei alla vigilia del vertice, spiega che senza un salto di qualità negli investimenti – almeno 1.200 miliardi l’anno – l’Europa rischia di essere «spazzata via» dalla concorrenza cinese e dall’imprevedibilità commerciale della nuova amministrazione statunitense -2-8. E lo fa con una consapevolezza amara: non si possono cambiare i trattati, non si può evocare il federalismo perché farebbe paura, e allora si procede per cooperazioni rafforzate, per alleanze variabili, per progetti comuni finanziati in comune. Un pragmatismo che somiglia molto a quello invocato qualche ora più tardi anche da Mario Draghi, il quale, ascoltato dai leader ad Alden Biesen, torna a battere il tasto della frammentazione dei mercati, del costo dell’energia, della necessità di procedere più speditamente anche a geometrie variabili pur di non restare fermi -3.

E qui, in questa tensione continua tra apertura e chiusura, tra Nagel che sposta l’asticella e Merz che la ripianta dov’era, tra la Francia che preme e la Germania che frena, si gioca il destino di un’idea vecchia di quindici anni. L’eurobond non è più il tabù di un tempo, la demonizzazione è calata, perfino il capo della Banca d’Italia e quello di Intesa Sanpaolo ne parlano come di uno strumento fisiologico per creare un mercato dei capitali degno di questo nome -7. Ma la politica, si sa, viaggia su binari diversi dall’economia. E a Berlino, oggi, il binario è stretto: tenere insieme la fedeltà ai princìpi, la necessità di non isolarsi in Europa e la gestione di una coalizione e di un’opinione pubblica che diffidano di Bruxelles e dei suoi «pasticci».

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