«Il debito comune non è più tabù». Nagel volta le spalle a Merz e apre a Macron sulla nuova difesa europea
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Redazione Esteri
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La creazione di un mercato unico dei capitali sufficientemente liquido e, aspetto tutt’altro che secondario, capace di attrarre investitori istituzionali provenienti da paesi terzi, passerebbe anche attraverso l’emissione di una quota maggiore di debito comune europeo. Lo ha dichiarato il presidente della Bundesbank Joachim Nagel, intervistato da Politico, rompendo di fatto — e la circostanza non è certo priva di rilevanza politica — quell’allineamento compatto che il cancelliere tedesco Friedrich Merz aveva cercato di costruire intorno al principio secondo cui gli eurobond, per Berlino, debbono restare una extrema ratio finanziaria, uno strumento da attivare esclusivamente in presenza di emergenze codificate e comunque con carattere temporaneo -1-3. La presa di posizione del numero uno della banca centrale tedesca, istituzione tradizionalmente guardiana dell’ortodossia di bilancio, assume i contorni di una scossa tellurica nel dibattito che divide l’Unione alla vigilia del vertice informale di Alden-Biesen, il castello seicentesco nel Limburgo dove i Ventisette proveranno — ennesimo tentativo — a mettere ordine in una strategia comune sulla competitività.
Il “risveglio” di Macron e lo scudo della preferenza europea
Emmanuel Macron, dal canto suo, aveva già alzato il livello dello scontro lessicale nei giorni precedenti, ricorrendo a un’immagine tanto efficace quanto drammatica: senza un investimento massiccio e congiunto, l’Europa rischierebbe di essere letteralmente «spazzata via» dalla competizione asimmetrica condotta dagli Stati Uniti di Donald Trump — il quale, tornato alla Casa Bianca, non ha mai nascosto il proprio disprezzo per i meccanismi comunitari — e dalla strategia commerciale aggressiva della Cina -2-5-9. Il presidente francese ha declinato la sua dottrina economica europea su quattro assi portanti: semplificazione e completamento del mercato unico, diversificazione degli approvvigionamenti e de-risking, introduzione di clausole di salvaguardia che istituzionalizzino una qualche forma di preferenza europea negli appalti strategici, e, non ultima, la creazione di una capacità fiscale federale attraverso l’emissione di nuovi titoli di debito comuni da destinare alla difesa, all’intelligenza artificiale e alle tecnologie quantistiche -9. Una visione, quella dell’Eliseo, che guarda a un’Europa che si trasformi da mera area di libero scambio — troppo permeabile agli shock esterni — a soggetto geopolitico dotato di strumenti propri e di autonomia decisionale.
L’asse Meloni-Merz e la controffensiva della deregulation
Se Parigi spinge sull’acceleratore dell’integrazione selettiva, Berlino e Roma rispondono serrando i ranghi intorno a un paradigma alternativo. L’intesa emersa con chiarezza a Villa Pamphili tra il cancelliere Merz e la presidente del Consiglio Giorgia Meloni poggia sul rifiuto netto di qualsiasi estensione del mutualismo del debito oltre i confini del Next Generation EU e sulla centralità invece di un’agenda che individua nella burocrazia eccessiva il principale ostacolo alla crescita -6-10. La proposta italo-tedesca — alla quale hanno guardato con interesse anche i paesi nordici e baltici — prevede l’introduzione di un emergency brake che consentirebbe agli Stati membri di bloccare normative europee ritenute penalizzanti, oltre a una rinnovata spinta verso accordi commerciali bilaterali e multilaterali, incluso il tanto contestato trattato con il Mercosur, che Macron continua invece a osteggiare con determinazione -7. Due filosofie opposte: da una parte chi, come Nagel e il fronte francese, intravede nella mutualizzazione del debito uno strumento per generare beni rifugio europei e competere ad armi pari con il dollaro; dall’altra chi, come la compagine guidata da Merz e Meloni, considera quella strada non solo una distrazione dai veri nodi strutturali — la produttività, innanzitutto — ma anche un pericoloso precedente verso un transfer union senza controllo democratico.
Il crepuscolo del sogno industriale franco-tedesco
A rendere ancora più teso il clima, sullo sfondo del duello sulle regole fiscali, si staglia la crisi aperta del Sistema di combattimento aereo del futuro, il tanto decantato caccia europeo di sesta generazione. Il progetto, nato nel 2017 come emblema della cooperazione strategica tra Parigi e Berlino, langue da mesi a causa di una contesa ormai insanabile sulla ripartizione delle leadership industriali e, più nello specifico, sulla gestione dei diritti di proprietà intellettuale tra Dassault Aviation e Airbus -2. Mentre la Francia difende il proprio know-how come patrimonio strategico nazionale incedibile, la Germania — che ha già acquistato i caccia F-35 statunitensi e valuta con crescente interesse l’alternativa rappresentata dal Global Combat Air Programme, il consorzio a traino britannico che include Italia e Giappone — sembra pronta a lasciare naufragare l’intero programma -2-9. Macron, interpellato sulla possibile uscita tedesca dal velivolo comune, ha risposto con una clausola di reciprocità implicita ma inequivocabile: se Berlino dovesse ritirarsi dall’aereo, Parigi riconsidererebbe automaticamente la propria partecipazione al progetto del carro armato di nuova generazione -9.
Di fronte a questo scenario, il vertice di Alden-Biesen rischia di trasformarsi non tanto nella fucina di un rinnovato protagonismo europeo, quanto piuttosto nel teatro di una resa dei conti — fredda, calibrata, tutta giocata su dichiarazioni al vetriolo e veti incrociati — tra due concezioni inconciliabili del destino continentale. Nagel ha aperto una breccia. Resta da vedere se dalle macerie del caccia franco-tedesco e dallo stallo sugli eurobond potrà emergere un compromesso, o se la nuova realtà geopolitica evocata dal banchiere tedesco finirà per rivelarsi semplicemente, e amaramente, la fotografia di un’Europa che non riesce a decollare.




