Il Senato americano dice no al freno sulla guerra in Iran, bocciata la risoluzione dei democratici

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il Senato degli Stati Uniti ha respinto ieri, con 53 voti contrari e 47 favorevoli, la risoluzione presentata dai democratici che avrebbe imposto a Donald Trump di ottenere il via libera del Congresso prima di ordinare nuove operazioni militari contro l’Iran. La votazione, che rappresenta il primo vero banco di prova parlamentare per la campagna denominata “Operazione Furia Epica” - giunta ormai al quinto giorno e che vede schierati oltre cinquantamila soldati americani insieme alle forze israeliane - si è consumata sostanzialmente lungo le linee di partito, con due sole, significative eccezioni che meritano di essere analizzate.

Il voto contrario alla mozione, che di fatto concede una sorta di lasciapassare all’azione militare intrapresa dall’amministrazione, ha visto i repubblicani compatti nel difendere le prerogative del presidente, il quale agirebbe, secondo i senatori del Grand Old Party, nel pieno delle sue funzioni di comandante in capo per proteggere gli interessi nazionali e quelli degli alleati. A rompere l’unità di partito è stato il solo Rand Paul, repubblicano del Kentucky noto per le sue posizioni isolazioniste e libertarie, il quale ha scelto di appoggiare la richiesta dei democratici, affiancandosi a loro in un’alleanza trasversale che non è però bastata a ribaltare l’esito dello scrutinio.

Sul fronte opposto, a creare una spaccatura nelle file del partito democratico è stato John Fetterman, senatore della Pennsylvania, il cui voto favorevole all’amministrazione - o, per meglio dire, contrario alla risoluzione del suo stesso partito - ha fatto il paio con la scelta di Paul, finendo per compensare la defezione repubblicana e consegnando di fatto la vittoria alla linea della Casa Bianca. Un voto, quello del democratico Fetterman, che era stato ampiamente anticipato e che ha scatenato reazioni contrastanti, concentrandosi però l’attenzione, al di là delle polemiche interne, sul significato politico di una bocciatura che arriva mentre il conflitto si allarga a macchia d’olio in Medio Oriente.

L’ombra di un conflitto senza confini, tra missili e nuovi fronti di guerra

Mentre a Washington si consumava lo scontro parlamentare, il quadro bellico registrava una preoccupante estensione geografica. La notizia, trapelata nelle stesse ore del voto, di un possibile intervento via terra da parte delle milizie curde irachene in territorio iraniano aggiunge un tassello di complessità a uno scenario già incandescente. Secondo quanto riportato da fonti militari, l’ipotesi di un'avanzata dei peshmerga - o di altre fazioni curde con base in Iraq - rappresenterebbe l'apertura di un nuovo fronte settentrionale per Teheran, costretta a difendersi non solo dalla pioggia di bombe che dal cielo sta colpendo infrastrutture strategiche e, come nel caso del raid che ha decapitato l'Assemblea degli Esperti, obiettivi di altissimo profilo politico.

Le stesse agenzie di stampa iraniane, nell'ultima notte, hanno riferito di nuovi lanci missilistici incrociati tra il proprio territorio e lo Stato ebraico, mentre la tensione è salita ulteriormente dopo che un missile diretto verso Cipro - con quanto ciò avrebbe implicato in termini di coinvolgimento europeo - ha deviato la sua rotta finendo nello spazio aereo turco, dove è stato prontamente abbattuto dalle difese della Nato. Un episodio, quest'ultimo, che Ankara ha prontamente stigmatizzato e che ha riacceso i timori di un’escalation capace di travalicare i confini mediorientali per lambire le porte dell’Europa sud-orientale.

L’offensiva contro le élite e il nodo dei poteri di guerra

L’operazione militare americana e israeliana, che il Comando Centrale Usa ha definito senza precedenti per intensità - con un numero di attacchi aerei già doppio rispetto a quelli sferrati in Iraq nel 2003 - ha mostrato fin da subito un obiettivo chiaro: decapitare il vertice della Repubblica Islamica. La morte dell’ayatollah Ali Khamenei, leader supremo venuto a mancare proprio in uno dei primi raid, ha aperto una crisi di successione all'interno del regime, con l'Assemblea degli Esperti - riunitasi proprio per eleggere il nuovo Rahbar - che è stata a sua volta presa di mira, rendendo incerto il futuro assetto di potere a Teheran.

In questo contesto, il voto del Senato assume i contorni di una ratifica sostanziale dell’azione presidenziale. I democratici, attraverso le parole di senatori come Tim Kaine, hanno denunciato l'assenza di prove concrete circa un pericolo imminente che giustificasse un'iniziativa bellica di tali proporzioni senza il coinvolgimento del Congresso, evocando lo spettro delle lunghe e costose guerre in Iraq e Afghanistan. Dall'altra parte, i repubblicani hanno difeso la necessità dell’azione, accusando i colleghi di ostruzionismo e miopia. La bocciatura della risoluzione, a questo punto, apre la strada a una prosecuzione delle ostilità senza quei contrappesi parlamentari che la Costituzione americana prevedrebbe, in un conflitto che giorno dopo giorno mostra la sua natura di guerra totale, senza esclusione di colpi e senza più confini geografici definiti.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.