Il Cremlino e la fabbrica della menzogna: l'aggressore che si proclama aggredito

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La sistematica falsificazione della realtà, elevata a strategia di Stato, continua a definire le dichiarazioni che provengono dal Cremlino, le quali – con un'arroganza che non teme il ridicolo – ribaltano la verità dei fatti. Mosca, dopo aver scatenato l'invasione dell'Ucraina, insiste nel dipingersi come vittima di un'aggressione, definendo "operazione militare speciale" ciò che il mondo intero riconosce come una guerra di conquista. La narrazione russa, che qualcuno definirebbe cinica e altri semplicemente grottesca, accusa addirittura gli ucraini di ostacolare la pace, poiché si rifiutano di cedere porzioni del proprio territorio, come quel venti percento del Donbass che, dopo anni di conflitto e uno sforzo bellico totale, le forze di Mosca non sono ancora riuscite a sottomettere completamente.

Sebbene i dettagli operativi delle fabbriche d'armi rimangano per lo più avvolti nel segreto, alcuni rapporti, per quanto sporadici, lasciano trapelare problemi strutturali non indifferenti nell'apparato industriale-militare russo. Un'indagine giudiziaria, ad esempio, ha recentemente portato i pubblici ministeri a richiedere la nazionalizzazione della holding KIMP, fornitrice di cuscinetti per gli impianti della difesa: i suoi proprietari sono accusati di essersi arricchiti, come si legge nelle carte processuali, "a spese degli interessi vitali della società e dello Stato". Episodi del genere, al di là dei singoli casi, sollevano interrogativi sulla reale tenuta di un'economia quasi completamente militarizzata e sulla sua capacità di sostenere uno sforzo bellico di lunga durata senza pagare prezzi interni sempre più alti.

Sul piano strategico, molti analisti si chiedono se il presidente russo Vladimir Putin non sia caduto in quella che viene definita una "trappola imperiale". Nell'immediato, è indubbio che egli possa ancora tentare di estrarre il massimo risultato possibile dal conflitto, sia sul terreno, con nuove offensive, sia al tavolo delle trattative, dove spera di imporre condizioni dettate dalla forza. A lungo termine, tuttavia, il bilancio delle sue scelte appare gravato da troppe scommesse andate male, da valutazioni errate sulla resistenza ucraina e sulla reazione dell'Occidente. Persino sui fronti dove può vantare successi, i costi sostenuti dalla nazione – in termini di vite umane, isolamento internazionale e futuro economico – sembrano destinati a rivelarsi sproporzionati e insostenibili.

In questo quadro complesso, la diplomazia russa cerca di sfruttare ogni frattura nello scenario internazionale. Con l'appoggio dell'amministrazione Trump, nuovamente alla guida degli Stati Uniti, e l'interesse calcolato di Pechina, Mosca tenta di presentarsi come un attore ragionevole, quasi come se gli ultimi quattro anni di guerra non fossero mai esistiti. Dall'altra parte, l'Europa – culla del diritto internazionale – fatica a trovare una posizione unitaria e forte nel confronto con regimi autocratici, una difficoltà che, però, non pregiudica necessariamente le sue chance future. La stanchezza della guerra, del resto, si fa sentire da entrambe le parti, alimentando in alcuni ambienti quel ritornello che, da anni, invoca una capitolazione di Kiev come unica via per la pace, una narrazione che ignora volutamente le responsabilità dell'aggressore e il diritto all'autodifesa di una nazione sovrana.

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