Christa Pike è cosciente e parla dopo due iniezioni letali: i legali denunciano un caso senza precedenti
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Redazione Esteri
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Christa Pike, la detenuta del Tennessee sopravvissuta a due dosi di pentobarbital nel braccio della morte del carcere di Riverbend a Nashville, è cosciente e parla. A riferirlo sono i suoi legali, Randy Spivey e Kelly Gleason, che in una nota ufficiale hanno definito il suo percorso sanitario un caso «senza precedenti medici».
La donna, 50 anni, resta ricoverata in terapia intensiva e, secondo quanto precisato dagli stessi difensori, è ancora ammanettata e incatenata alle caviglie nonostante le gravi lesioni riportate alle braccia a causa delle flebo del farmaco che avrebbe dovuto ucciderla. La prognosi resta riservata e i tempi di recupero, hanno aggiunto i legali, si preannunciano lunghi.
La ricostruzione della notte del 30 settembre
L’esecuzione era stata fissata per le dieci del mattino del 30 settembre, ma una sospensione dell’ultimo minuto aveva rinviato la procedura di alcune ore, fino al via libera definitivo della Corte Suprema degli Stati Uniti. Secondo la ricostruzione fornita dai testimoni presenti nella camera della morte, la somministrazione delle due dosi è iniziata in serata e si è protratta in modo anomalo.
Il giornalista dell’Associated Press Kim Chandler ha raccontato che Pike appariva «notevolmente sveglia» all’inizio della procedura e che, dopo le iniezioni, il suo respiro è rimasto udibile e accompagnato da russamenti per quasi un’ora, fino a quando i testimoni sono stati allontanati. La detenuta, sempre secondo i resoconti, ha riferito al personale di sentire un forte bruciore al braccio. Il protocollo del Tennessee prevede una seconda serie di siringhe se il condannato non è deceduto dopo la prima, ma non specifica cosa fare nel caso in cui anche la dose di riserva si riveli inefficace.
Il quadro normativo e i precedenti nel Tennessee
Il Tennessee aveva annunciato nel 2024 il passaggio da un protocollo a tre farmaci alla somministrazione del solo pentobarbital, una scelta motivata dalla necessità di semplificare una procedura già segnata da difficoltà tecniche. Non si tratta, peraltro, del primo caso di esecuzione problematica nello Stato: nello scorso mese di maggio la condanna a morte di Tony Carruthers è stata sospesa dopo che il personale non era riuscito a reperire un accesso venoso per oltre un’ora.
Il governatore Bill Lee ha disposto la sospensione di tutte le esecuzioni previste per il resto dell’anno e ha annunciato una revisione indipendente di quanto accaduto, nominando un terzo soggetto incaricato di accertare le cause del fallimento. La stessa autorità penitenziaria ha dichiarato di aver seguito ogni passo del protocollo approvato dall’ufficio del procuratore generale.
Il caso giudiziario alle spalle della condanna
Christa Pike si trova nel braccio della morte dal 1996, quando fu condannata per l’omicidio di Colleen Slemmer, una coetanea di 19 anni uccisa nel gennaio del 1995 in un’area isolata del campus universitario di Knoxville. All’epoca dei fatti Pike aveva 18 anni e frequentava con la vittima un programma di formazione professionale.
Secondo la ricostruzione giudiziaria, la condannata e il suo allora compagno Tadaryl Shipp, all’epoca diciassettenne, tesero un agguato a Slemmer; Shipp fu condannato all’ergastolo, mentre una terza persona coinvolta, Shadolla Peterson, collaborò con gli inquirenti ottenendo una condanna con sospensione della pena. Pike è stata per decenni l’unica donna nel braccio della morte del Tennessee e la sua esecuzione, se portata a termine, sarebbe stata la prima di una donna nello Stato da oltre duecento anni.
La reazione della famiglia della vittima
La famiglia di Colleen Slemmer ha assistito alla procedura dalla sala riservata ai testimoni. May Martinez, madre della vittima, ha espresso la propria frustrazione per il mancato compimento della sentenza, mentre il patrigno Raul Martinez ha descritto la scena come confusa e ha ringraziato coloro che hanno sostenuto le spese del viaggio a Nashville. Morgan Sealy, nipote della vittima, ha dichiarato che l’attesa di giustizia prosegue da decenni e che l’incertezza sulle prossime fasi processuali alimenta un dolore che coinvolge più generazioni della famiglia.
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