Iran, la sfida di Khamenei tra piazze infuocate e alleati in bilico

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   I primi giorni di gennaio, quelli che avvolgono il ricordo dell’assassinio di Qasem Soleimani e del massacro di Kerman, sembrano ormai configurarsi come una lugubre ricorrenza nel calendario della Repubblica Islamica, la quale, nel 2026, si ritrova a dover fronteggiare una duplice pressione, interna e internazionale, dal potenziale dirompente. La guida suprema Ali Khamenei, in un intervento pubblico che arriva a una settimana dall’inizio delle sollevazioni, ha tuonato promettendo che il paese «non cederà al nemico», scagliando la sua autorità contro un moto di piazza nato dall’ennesimo crollo verticale del rial ma alimentato da un malcontento che, ormai, travalica la pur drammatica questione economica. Quella pronunciata da Khamenei è una dichiarazione di resistenza, un muro eretto a difesa di un sistema politico che vede vacillare persino i propri referenti storici, come dimostra il brusco cambio di scenario a Caracas, dove l’alleato Nicolás Maduro è stato spodestato nel cuore della notte.

Il bilancio di una settimana di tensione

Mentre la guida parlava, le strade di Teheran e di decine di altre città continuavano a essere teatro di scontri, con i cecchini appostati sui tetti e le forze di sicurezza impegnate a reprimere le dimostrazioni, le quali, partite come protesta contro il carovita e l’iperinflazione, hanno assunto connotati più ampi e politicizzati. Secondo quanto riportato da media indipendenti, il bilancio di sette giorni di mobilitazione – che ha coinvolto ben 174 località, tra cui 60 centri urbani e 25 province – è salito ad almeno sedici vittime, quindici delle quali tra i manifestanti e una tra le file dei basij. Molti di coloro che sono rimasti feriti, si legge, sono stati colpiti da proiettili veri o da pallini sparati dalle forze governative, in uno stillicidio di violenza che non accenna a fermarsi nonostante gli appelli alla calma.

Una crisi economica che si trasforma in sfida politica

L’innesco, come spesso accade in simili frangenti, è stato di natura economica: lo sciopero dei negozianti, indetto per contestare un costo della vita diventato insostenibile, ha fatto da detonatore a un disagio covato a lungo e che ora esplode in maniera diffusa, trovando nella piazza il suo principale megafono. Se da un lato il governo tenta di ridimensionare la portata delle proteste, etichettandole come opera di «rivoltosi» da «rimettere a posto», dall’altro la geografia stessa della sollevazione, estesa a macchia d’olio nel paese, racconta una storia diversa, fatta di una rabbia che non si circoscrive più alla sola sfera del portafoglio. La risposta delle autorità, peraltro, non si è fatta attendere, con arresti mirati e una capillare attività di controllo che mira a isolare i nuclei più attivi, i quali, nonostante tutto, continuano a riunirsi specie nelle ore serali, sfidando il coprifuoco non dichiarato.

Il contesto internazionale e l’incognita americana

A complicare ulteriormente il quadro, rendendolo ancor più instabile, si aggiunge la variabile della politica estera, con la caduta di un alleato strategico come Maduro che priva Teheran di un punto di appoggio cruciale in America Latina, in un momento in cui l’accerchiamento internazionale si fa più stretto. La nuova amministrazione statunitense guidata da Donald Trump, il quale ha rioccupato lo Studio Ovale, rappresenta un’incognita non di poco conto per gli ayatollah, che si trovano a navigare in acque agitate sia dentro che fuori i propri confini. Questa congiuntura, fatta di proteste endemiche e di assedio diplomatico, mette a dura prova la resilienza di un establishment che fonda la sua legittimità sulla resistenza ai nemici esterni, i quali, oggi, sembrano moltiplicarsi e agire su fronti diversi, da quello finanziario a quello della pura sopravvivenza politica.

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