La débacle mondiale costa cara alla Figc: tra sponsor, diritti tv e mancati ricavi l’eliminazione vale fino a 30 milioni
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Redazione Sport
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L’ultima notte di calcio italiano, quella che ha sancito l’eliminazione ai playoff contro la Bosnia, non lascia spazio soltanto all’analisi tecnica o alla consueta ridda di interrogativi sullo stato di salute del movimento. C’è una cifra, circolata con insistenza già nelle ore immediatamente successive al fischio finale, che restituisce la portata concreta di quella sconfitta: circa 30 milioni di euro. È questa, secondo le stime più accreditate, la somma che la Federazione italiana gioco calcio avrebbe potuto incassare dalla partecipazione alla competizione in programma tra Stati Uniti, Canada e Messico; una cifra che ora, inevitabilmente, si trasforma in un buco nel bilancio, destinato a pesare sugli equilibri economici di un sistema già fragile.
Un tesoro in fumo tra premi, diritti televisivi e merchandising
Il conto della mancata qualificazione si compone di voci ben precise, tutte legate a doppio filo al palcoscenico mondiale. C’erano i premi di partecipazione garantiti dalla Fifa, che per il solo fatto di esserci avrebbero portato nelle casse federali un primo consistente flusso di denaro. A questi si sarebbero aggiunti gli introiti derivanti dal merchandising ufficiale, spesso una voce meno appariscente ma altrettanto sostanziosa per una nazionale dal seguito storico come quella italiana. E poi c’erano gli sponsor: contratti che, nella loro struttura, prevedono spesso clausole legate alla presenza nelle fasi finali dei grandi tornei, con conseguenti maggiorazioni o bonus che ora, con l’esclusione, vengono meno. La dimensione della perdita, tuttavia, non si esaurisce all’interno dei confini della sola Figc. Il ko contro la Bosnia, infatti, rischia di produrre un effetto domino sugli stessi operatori che avevano investito sui diritti televisivi della manifestazione. Rai e Dazn, le due emittenti che si erano spartite le partite della Nazionale, vedono ora ridursi il potenziale di audience e, di conseguenza, il valore commerciale di uno dei prodotti più pregiati del loro palinsesto.
Tra crisi tecnica e deriva economica, il peso di un’abitudine
L’eliminazione dagli Stati Uniti, che segue quelle già maturate nelle edizioni precedenti, aggiunge un capitolo amaro a un ciclo che sembra essersi cristallizzato in una sequenza quasi inesorabile. A guardare i nomi delle squadre che negli ultimi sedici anni hanno sbarrato la strada all’Italia verso i Mondiali – Paraguay, Slovacchia, Costa Rica, Uruguay, Svezia, Svizzera, Macedonia del Nord, Norvegia e appunto la Bosnia – viene spontaneo notare come non si tratti di avversarie con un tradizionale primato nel calcio mondiale. Eppure, quella che un tempo sarebbe stata considerata una casualità isolata, con il passare del tempo ha finito per assumere i contorni di un dato strutturale. La stessa tendenza sembra essersi estesa al piano europeo, dove nelle ultime due edizioni della Champions League le squadre italiane hanno dovuto arrendersi a formazioni provenienti da campionati olandesi, belgi, norvegesi, turchi e persino, in un caso, ciprioti, con il campione d’Italia in carica che nel proprio girone si è ritrovato alle spalle di una squadra dell’isola.
Le incertezze di un sistema senza capri espiatori chiari
In questo clima di profonda insoddisfazione, il tentativo di individuare un unico responsabile – fosse esso l’allenatore, i procuratori o una presunta inadeguatezza strutturale del sistema – si scontra con una realtà più complessa. L’analisi che emerge dalle discussioni, comprese quelle che attraversano le tante voci raccolte tra messaggi e contributi, non porta a un capro espiatorio definito. Piuttosto, ciò che traspare è la fotografia di un meccanismo in cui i fattori si sommano senza che se ne possa isolare uno prevalente. La mancata qualificazione al Mondiale 2026, con tutto il suo carico di conseguenze economiche, diventa così il sintomo di un malessere che non riguarda solo la Nazionale maggiore. È la stessa capacità competitiva del movimento a essere chiamata in causa, in un contesto in cui l’abitudine alla mediocrità – come qualcuno ha cominciato a definirla – rischia di rappresentare il rischio più grande, ben oltre il mancato incasso di quei 30 milioni di euro che ora pesano come un macigno sui conti della Federazione.




