L’addio di Gravina, il monito di Calcagno e il rebus giovani: la Figc trema dopo l’ennesima débâcle mondiale

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Redazione Sport Redazione Sport   -   Non c’è stata neppure l’attesa dell’alba, per prendere una decisione che – nella testa di chi l’ha scritta – covava già da qualche giorno. Gabriele Gravina, secondo quanto ricostruito, ha redatto da solo, nel silenzio della notte, il comunicato con cui annuncerà le proprie dimissioni dalla presidenza della Federcalcio. Un atto formale, certo, ma anche profondamente politico, destinato a essere consegnato nel corso del vertice pomeridiano che lo stesso numero uno della Figc aveva convocato per tastare il polso a tutte le componenti del sistema. E che, di fatto, si trasformerà in un passaggio di consegne anticipato.

Il flop mondiale e la riunione decisiva

La terza mancata qualificazione consecutiva a un campionato del mondo – un dato, questo, che pesa come un macigno sulla credibilità dell’intero movimento – ha fatto da detonatore. Gravina ha riunito attorno a un unico tavolo i rappresentanti della Serie A, della Serie B, della Serie C, del mondo dilettantistico, dell’Associazione allenatori e dell’Associazione calciatori. Sei anime, sei modi diversi di intendere il calcio, accomunati però da una consapevolezza ormai ineludibile: la Nazionale non basta più a nascondere le crepe di un sistema che arranca. Durante quella riunione, che si annunciava già come un passaggio spartiacque, è emerso con chiarezza che nessuna delle parti intendeva più rimandare l’emergenza.

Calcagno: “Finalmente se ne parla, ma ora tutti al lavoro”

Il primo a uscire dalla sala, dopo il confronto con Gravina, è stato Umberto Calcagno. Il presidente dell’Associazione calciatori non ha usato giri di parole: “Finalmente – ha detto – si parla di qualcosa che noi portiamo avanti da tanto tempo, ovvero che gli italiani giocano poco”. Una frase, la sua, che incrocia un nervo scoperto del nostro calcio, quello della valorizzazione (o meglio, della sua assenza) del talento locale. Calcagno ha poi aggiunto che Gravina, nonostante tutto, conserva ancora la fiducia e la stima delle componenti federali. “Ma ci rendiamo conto del momento di difficoltà – ha proseguito – e sappiamo che dovremo rimboccarci tutti le maniche. Lui può anche dimettersi, ma la partita non si ferma lì”. Un endorsement, quello di Calcagno, che è suonato più come un richiamo alla responsabilità collettiva che come un commiato formale.

La politica si inserisce: Abodi, La Russa e la svolta dei vivai

Mentre in Federcalcio si consumava il braccio di ferro silenzioso, il ministro per lo sport e per i giovani, Andrea Abodi, ha scelto di alzare il tiro su un fronte parallelo ma complementare. Intervenuto a RTL, Abodi ha dichiarato: “Dobbiamo ripartire dai giovani e da chi li allena”. Parole che sembrano fatte apposta per sposare la proposta – avanzata nei giorni scorsi dal presidente del Senato, Ignazio La Russa – di introdurre un obbligo per i club di Serie A di schierare un numero minimo di calciatori provenienti dai propri vivai. Un’idea, questa, che Abodi ha accolto con favore, strizzando l’occhio a un’altra figura storica del calcio italiano come Paolo Maldini. Il ministro, insomma, si è detto convinto che servano norme studiate insieme alla politica per rilanciare un settore ormai in affanno.

Gattuso nel mirino e le crepe di un sistema senza ricambio

Nel frattempo, sullo sfondo di queste crepe istituzionali, si muovono anche le prime avvisaglie di un possibile terremoto tecnico. Il nome di Gennaro Gattuso, attualmente in bilico sulla propria panchina, circola con insistenza negli ambienti che contano: non come successore di Gravina, chiaramente, ma come simbolo di una generazione di allenatori italiani che fatica a trovare spazio ai massimi livelli. E non è un dettaglio secondario, perché il nodo della formazione dei tecnici si intreccia a doppio filo con quello del poco spazio concesso ai giovani calciatori. Di mezzo, poi, c’è anche l’assemblea elettorale che dovrà eleggere il prossimo presidente: quelle stesse sei componenti riunite oggi sono le stesse che avranno il potere di indicare il nome del successore. Gravina, con le sue dimissioni, non chiude un caso, ma ne apre un altro. Forse più complesso.

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