Gravina si dimette, Calcagno: «Ora rimboccarsi le maniche»
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Redazione Sport
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Il primo a uscire da quella riunione – convocata nella sede della Figc a Roma, in un clima che sapeva già di resa più che di rilancio – è stato Umberto Calcagno, presidente dell’Associazione calciatori. E le sue parole, pronunciate con una calma quasi irreale dopo la bufera dell’ennesima eliminazione, hanno consegnato al pomeriggio la sostanza di un addio. «Finalmente – ha detto Calcagno – si parla di qualcosa che noi portiamo avanti da tanto tempo, ovvero che gli italiani giocano poco». Un’ammissione che suona come un’accusa, per quanto velata, verso un sistema che per anni ha girato al contrario. Poi, il passaggio obbligato su Gabriele Gravina: «Ancora oggi ha la fiducia e la stima delle componenti federali, ma ci rendiamo conto del momento di difficoltà. Sappiamo che dovremo rimboccarci tutti le maniche». Nessuna celebrazione, nessun colpo di scena. Solo la stanchezza di chi sa che il peggio, forse, è stato evitato, ma che la salita resta ripida.
Il comunicato e la fine di un’era
L’era Gravina alla guida della Federcalcio italiana è terminata nel primo pomeriggio, a un giorno e mezzo dalla sconfitta di Zenica con la Bosnia – quella che ha sancito la terza eliminazione di fila dalle fasi finali del Mondiale. Un’emorragia sportiva che nessuna diplomazia interna poteva più tamponare. Il comunicato diffuso dalla Figc è secco, quasi chirurgico: l’incontro si è svolto «tra il presidente Gabriele Gravina e i presidenti delle componenti federali». A inizio lavori, Gravina ha informato i massimi rappresentanti – tra cui Ezio Maria Simonelli (Lega Serie A), Paolo Bedin (Lega B), Matteo Marani (Lega Pro), Giancarlo Abete (Lega Nazionale Dilettanti), lo stesso Calcagno e Renzo Ulivieri (Associazione Allenatori) – di aver rassegnato le dimissioni dall’incarico affidatogli nel febbraio 2025. E di aver provveduto a indire l’Assemblea Straordinaria Elettiva per il prossimo 22 giugno, sempre a Roma. Nessuna passerella, nessun ripensamento. Un atto formale che chiude una parentesi breve – meno di due anni – ma densa di crepe.
Il caso dei dilettanti e la «mal interpretazione»
Sullo sfondo, un altro nodo che Gravina aveva cercato di sciogliere senza riuscirci: la questione del mondo sportivo dilettantistico. Il presidente uscente, nel corso delle ultime settimane, era finito sotto accusa per alcune dichiarazioni ritenute da molti fuorvianti – tanto da costringerlo a una rettifica pubblica. «Sono stato mal interpretato», si era giustificato lui. Ma il danno, a quel punto, era già stato fatto. Perché quando a parlare è un presidente della Figc, e lo fa di regole e risorse per il calcio minore, ogni parola pesa come un macigno. E i presidenti delle leghe minori, quelli che ogni giorno fanno i conti con campetti scassati e tesserati in fuga, non gliel’hanno perdonata. Le sue dimissioni, insomma, non nascono solo da una notte storta a Zenica. Affondano le radici in un malessere che covava da mesi, e che la terza mancata qualificazione mondiale ha solo reso esplosivo.
Abodi strizza l’occhio a La Russa (e a Maldini)
Mentre Gravina usciva di scena, un altro attore provava a occupare il vuoto politico lasciato dal suo passo indietro. Il ministro per lo sport e per i giovani, Andrea Abodi, ha infatti raccolto con favore la proposta del presidente del Senato, Ignazio La Russa, di obbligare i club di Serie A a inserire un minimo di calciatori locali. «Dobbiamo ripartire dai giovani e da chi li allena», ha detto Abodi a RTL. Una dichiarazione che suona come un endorsement – e che molti hanno letto come un ammiccamento a un certo tipo di calcio, quello delle radici e dei vivai. E non è un caso che, nello stesso giro di ore, Abodi abbia «strizzato l’occhio» a un nome pesante: quello di Paolo Maldini. L’ex direttore tecnico del Milan, da tempo ai margini delle stanze che contano, potrebbe rappresentare l’anello di congiunzione tra una Federcalcio da ricostruire e un’idea di gioco più identitaria. Nessuna nomina, per ora. Ma il segnale è chiaro.
Ulivieri: «Non furono due rigori a far cadere Gravina»
Renzo Ulivieri, presidente dell’Associazione Italiana Allenatori, ha offerto il ritratto più intimo di quelle dimissioni. Uscito dall’incontro, ha parlato ai microfoni con una franchezza che non concedeva retorica: «Una riunione molto tranquilla ma molto triste. Perché noi, al di là del discorso politico, avevamo con Gravina un discorso personale che non riuscivamo a scindere. Un rapporto personale e di condivisione politica». E poi, la stoccata che spegne ogni leggenda metropolitana: «Le dimissioni di Gravina non sono state causate da due rigori sbagliati». Perché il problema – lo ha ripetuto più volte, quasi sottovoce – è più vecchio. Molto più vecchio. «L’Italia è in difficoltà dal 2006», ha aggiunto Ulivieri. Un’affermazione che sposta l’asticella della crisi indietro di quasi vent’anni, quando ancora si festeggiava il quarto titolo mondiale. Da lì, secondo il veterano degli allenatori, è iniziato un lento declino fatto di scelte sbagliate, di vivai impoveriti e di una classe dirigente che ha pensato più a sopravvivere che a costruire. Le dimissioni di Gravina, in quest’ottica, non sono un punto di arrivo. Sono semmai il segnale che qualcuno, finalmente, ha smesso di girare la testa dall’altra parte.




