Il terzo flop mondiale irrompe in Parlamento: la maggioranza chiede la testa di Gravina, Abodi invoca la rifondazione
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Redazione Sport
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La notte di Zenica, quella che per la terza volta consecutiva ha consegnato l’Italia – o meglio, gliel’ha sottratta – a un destino di esclusione dalla fase finale dei Mondiali di calcio, si è trasformata in poche ore in un caso politico di prima grandezza, trascinando il presidente della Figc, Gabriele Gravina, al centro di una tempesta perfetta che dal rettangolo di gioco si è abbattuta con violenza inaudita sulle aule parlamentari. La sconfitta ai calci di rigore contro la Bosnia, che ha sancito l’ennesima eliminazione nella notte tra martedì e mercoledì, non è stata archiviata come un semplice fallimento sportivo; al contrario, è divenuta l’innesco per una richiesta di resa dei conti immediata, con le forze di maggioranza che hanno alzato il muro contro il numero uno della Federcalcio, reo di aver presieduto a un ciclo che ha privato un’intera generazione di ragazzi italiani dell’emozione di un mondiale.
È stato l’attacco frontale a scatenarsi già all’indomani del match, quando il ministro dello Sport, Andrea Abodi, ha rotto gli indugi con una nota destinata a fare epoca nel rapporto tra politica e pallone. Abodi, rivendicando l’impegno profuso dall’esecutivo per lo sport nazionale, ha liquidato con durezza le accuse di scarsa attenzione istituzionale sollevate a caldo da Gravina, definendo “obiettivamente scorretto” tentare di scaricare le proprie responsabilità sulla terza mancata qualificazione consecutiva addossando la colpa alle Istituzioni. La sua posizione, infatti, è parsa subito netta: il calcio italiano, ha sostenuto, va rifondato e questo processo non può che ripartire da un rinnovamento radicale dei vertici della Federcalcio, con un chiaro riferimento alla necessità di un avvicendamento ai piani alti di via Allegri.
L’eco di quelle parole ha trovato immediata amplificazione a Montecitorio, dove in apertura di seduta il deputato di Fratelli d’Italia Salvatore Caiata ha chiesto un’informativa urgente del ministro Abodi per discutere il “fallimento sportivo” della Nazionale, puntando il dritto contro Gravina, indicato come “il primo, unico e diretto responsabile” di questa disfatta. Il clima, in quell’occasione, si è fatto rovente: Caiata ha rinfacciato al presidente della Figc di aver “rubato il sogno ai giovani”, sottolineando con amarezza che esistono ormai due generazioni di italiani – l’ultima partecipazione risale al 2014 – che non hanno mai potuto vivere le cosiddette “notti magiche” di un mondiale. La sua invettiva è stata sostenuta dal capogruppo di FdI Galeazzo Bignami e dal presidente della Commissione Sport Federico Mollicone, il quale ha già preannunciato l’intenzione di convocare un’audizione proprio per Gravina, al fine di “capire i motivi di una simile disfatta”.
Se da un lato le forze di governo, con Lega e Fratelli d’Italia in prima linea, hanno invocato le dimissioni immediate del presidente federale, dall’altro lato non sono mancate voci di dissenso interne al centrodestra, con Forza Italia che ha tentato di gettare acqua sul fuoco invitando alla prudenza e ricordando come non debba esistere un automatismo che lega una sconfitta sportiva a un obbligo di dimissioni. Il presidente del Senato, Ignazio La Russa, pur analizzando con ironia le scelte tecniche della gara – come l’affidamento del primo rigore al più giovane in campo – ha di fatto sancito la fine della pazienza, lasciando intendere che per la classe dirigente calcistica il tempo delle scuse sia ormai scaduto.
Il fronte opposto, pur non risparmiando critiche al sistema, ha mostrato una certa freddezza rispetto all’accerchiamento politico su Gravina. Mauro Berruto, esponente del Partito Democratico, ha accettato la richiesta dell’informativa ma ha ribaltato l’oggetto della discussione: più che concentrarsi sulle dimissioni del presidente, ha dichiarato, occorre che Abodi spieghi le ragioni profonde che hanno condotto il calcio italiano in quello che lui stesso ha definito un “abisso” morale, tecnico e agonistico. Ancor più netta è stata la posizione del Movimento 5 Stelle, con i deputati che hanno sostenuto come il problema non riguardi esclusivamente la figura di Gravina, ma l’intero sistema, compresi i club e la Lega, accusati di anteporre logiche di business e commissioni agli agenti allo sviluppo dei vivai.
Mentre la politica affilava le armi, Gravina, apparso in conferenza stampa subito dopo il fischio finale di Zenica, ha tentato di arginare la marea montante rifiutando per il momento il passo indietro. Il numero uno della Figc, pur riconoscendo la sua responsabilità oggettiva in quanto rappresentante della federazione, ha rinviato ogni valutazione approfondita alla sede deputata, ovvero al Consiglio federale che ha chiesto di convocare per la settimana prossima. In quella sede, ha lasciato intendere, si deciderà il suo futuro, ma nel frattempo ha voluto ribadire la fiducia nei confronti del ct Rino Gattuso e del capo delegazione Gigi Buffon, chiedendo loro di restare alla guida tecnica del gruppo.




