Gravina sotto tiro, il fallimento mondiale della nazionale diventa caso politico

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Redazione Sport Redazione Sport   -   La mancata qualificazione ai Mondiali per la terza edizione consecutiva, una ferita che sanguina ancora a poche ore dalla sconfitta maturata ai rigori contro la Bosnia, ha innescato una reazione a catena che dal terreno di gioco si è rapidamente trasferita nell’agone politico. A parlare, in queste ore, non sono solo i commenti a caldo degli opinionisti ma l’azione concreta delle istituzioni: alla Camera dei deputati è stata formalizzata la richiesta di un’informativa urgente al ministro dello Sport, Andrea Abodi, con l’obiettivo dichiarato di fare chiarezza su quello che il deputato di Fratelli d’Italia Salvatore Caiata, ex presidente del Potenza calcio, ha definito senza mezzi termini il “fallimento del calcio italiano”.

La polemica, inevitabilmente, si è concentrata sulla figura del presidente della Figc, Gabriele Gravina, al centro di un fuoco incrociato che vede uniti gran parte degli schieramenti parlamentari, seppur con sfumature diverse. Caiata, riportando la discussione nell’aula di Montecitorio, ha accusato Gravina di essere “il primo, unico e diretto responsabile” di una disfatta sportiva che ha conseguenze sociali profonde, sottolineando come intere generazioni di ventenni non abbiano mai potuto vivere le cosiddette “notti magiche” di un mondiale. La richiesta di dimissioni immediate trova eco nei corridoi del centrodestra, con il capogruppo di FdI Galeazzo Bignami che parla di passaggio “imprescindibile” per una rifondazione del movimento, mentre il presidente della commissione Sport Federico Mollicone ha già preannunciato l’audizione dello stesso Gravina per comprendere le ragioni di una debacle che ormai si ripete ciclicamente dal lontano 2014.

Se da un lato la richiesta di un cambio al vertice della federazione sembra raccogliere consensi trasversali, non mancano le voci che invitano a non ridurre tutto a una semplice cacciata. Il deputato di Alleanza Verdi e Sinistra Marco Grimaldi, pur non opponendosi a una convocazione di Abodi, ha messo in guardia dalla retorica della “testa di Gravina” come soluzione immediata, chiedendo invece che l’esecutivo non si sottragga alle proprie responsabilità nella gestione di un sistema in affanno. In una posizione più articolata si colloca Mauro Berruto del Partito Democratico: l’ex commissario tecnico della nazionale di volley ha sottolineato come le eventuali dimissioni dovrebbero essere un atto di dignità istituzionale, non un’imposizione estemporanea, e ha chiesto che l’informativa in aula si concentri sulle cause strutturali del declino, a partire dalla scarsa attrattività del nostro campionato e dalla conseguente difficoltà di alimentare un serbatoio di talenti competitivo a livello internazionale.

Mentre la politica cercava di organizzare i primi affondi, il dibattito pubblico veniva infiammato dall’intervento del giornalista Alfredo Pedullà, che a Sportitalia ha utilizzato toni particolarmente duri. Riferendosi alla tenuta di Gravina, il cronista ha parlato di “vergogna clamorosa”, auspicando un intervento esterno – persino dal Quirinale – per rimuovere un presidente che, a suo giudizio, ha dimostrato di non avere “un briciolo di dignità”. Un accostamento, quello tra il mondo del calcio e quello istituzionale, che in queste ore si è fatto sempre più stretto, alimentato anche dalla retorica utilizzata dallo stesso numero uno della Figc nella sua conferenza stampa post-partita. Gravina, infatti, pur assumendosi una “responsabilità oggettiva” in quanto rappresentante della federazione, ha escluso l’ipotesi di dimissioni immediate, rinviando ogni valutazione al Consiglio Federale convocato per la prossima settimana e rinnovando, al contempo, la fiducia al ct Gennaro Gattuso.

Un sistema in discussione tra critiche incrociate e mancate riforme

A rendere ancora più amaro il clima, oltre alla sconfitta sul campo, sono emerse le reazioni a quella che molti interpretano come una tentata giustificazione basata sulle differenze di status tra discipline sportive. Il riferimento è a un passaggio della conferenza stampa di Gravina, percepito da più parti come un tentativo di sminuire i successi di altri settori sportivi rispetto a un calcio che si definisce “professionistico” per antonomasia. Una frecciata che non è passata inosservata e che ha scatenato l’ironia di un campione come Tommaso Giacomel, il faro del biathlon italiano. Il giovane atleta, tra i protagonisti della straordinaria stagione dello sci di fondo italiano, ha utilizzato i social per ritorcere le parole del presidente federale contro di lui, ironizzando sul fatto che, se il calcio è l’unico vero professionismo, allora atleti come Jannik Sinner o gli stessi biathleti sarebbero da considerare “amatori”. Un confronto, questo, che ha messo in luce il divario tra la retorica difensiva della Federcalcio e i risultati concreti ottenuti in questi anni da altre realtà sportive del Paese.

Ma il disastro calcistico ha anche riacceso i riflettori su un passato di progetti mancati. In un’atmosfera da resa dei conti, torna d’attualità il dossier da 900 pagine elaborato da Roberto Baggio nel lontano 2011. Allora il “Divin Codino”, alla guida del Settore Tecnico della Figc, aveva presentato al Consiglio Federale un piano ambizioso e organico per modernizzare il sistema: dalla formazione dei giovani alla creazione di un archivio digitale nazionale, passando per uno scouting capillare del territorio. Il progetto, che prevedeva uno stanziamento di dieci milioni di euro mai realmente erogati, fu accolto con freddezza e finì per essere accantonato, portando alle dimissioni per frustrazione dello stesso Baggio nel gennaio 2013. Quella che oggi appare come un’opportunità storica sprecata riempie le analisi di chi sostiene che la crisi non sia un episodio ma il risultato di un’inerzia decennale.

Mentre il paese attende di capire se la richiesta di informativa parlamentare si trasformerà in un atto formale o resterà un’interrogazione di principio, le voci che chiedono un cambio di passo si fanno più pressanti. Fabio Caressa, intervenuto sugli schermi di Sky Sport, ha liquidato come “fantascienza” la resistenza di Gravina, sottolineando come in qualsiasi altro settore, dopo un fallimento di queste dimensioni, si cambierebbe tutto. Anche il direttore del Corriere dello Sport, Ivan Zazzaroni, ha parlato di una fine epocale: “Fuori da un Mondiale a 48 squadre. Non giochiamo e non contiamo un c***o politicamente. Il nostro purtroppo non è solo un flop: è la fine di un sistema”. Una diagnosi che, al di là della durezza lessicale, fotografa la percezione di un isolamento internazionale e di un declino che appare ormai strutturale, lontano dall’essere un semplice incidente di percorso.

A tenere banco, in questo scenario di tensione, rimane la posizione del presidente Gravina, che ha trovato un inatteso scudo nel gruppo di Forza Italia. Il capogruppo alla Camera Paolo Barelli ha infatti invitato a non agire d’impulso, respingendo l’automatismo che lega una sconfitta sportiva alle dimissioni immediate del vertice e chiedendo di non concentrare il dibattito sul calcio mentre il paese affronta altre emergenze geopolitiche. Una linea che, per il momento, lascia in bilico il futuro della governance calcistica, mentre il Consiglio Federale si prepara a discutere non solo del fallimento sportivo ma anche della tenuta di una presidenza messa in discussione dalle urla della piazza politica e mediatica.

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