Il calcio italiano e l’ennesima débâcle mondiale: Berruto parla di ragioni economiche, tra boicottaggi inconsapevoli e il risiko Gravina

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Redazione Sport Redazione Sport   -   La fotografia da fuori è nitida, quasi chirurgica nella sua crudezza: uomini immobili, ammutoliti, schierati attorno all’area di rigore come fossero comparse di un dramma già visto. Corpi soli, paralizzati – sembrava quasi di osservarli svuotati e assenti – e quella sensazione, nell’incrociare i volti, gli abbracci cupi e le voci strozzate, che qualcosa di madornale, di impensabile fosse accaduto nuovamente. Come un terribile incantesimo da scongiurare, si ripete il rito della sconfitta che non ammette repliche. E chi ha vissuto in prima persona situazioni analoghe a quelle provate sul campo da giocatori e staff della Nazionale martedì sera – diventati protagonisti loro malgrado di una débâcle sconvolgente e assordante, al centro di ogni attenzione mediatica – conosce già le fasi del meccanismo che di lì a poco comincerà a muoversi.

Le ragioni economiche e fiscali secondo Berruto, il «giocattolo in mano a bambini» di De Laurentiis

«Una sconfitta che viene da lontano, per ragioni economiche e fiscali»: è questa l’analisi, asciutta e senza sconti, di chi come Berruto osserva il sistema calcio dall’interno, con la lente di chi sa che i campi si vincono e si perdono anche fuori dalle righe. L’eliminazione dalla corsa ai Mondiali – la terza consecutiva, dopo Russia 2018 e Qatar 2022 – non è un incidente di percorso, né il frutto di una serata storta a Zenica contro la Bosnia. È piuttosto il prodotto di un malessere profondo, strutturale, che affonda le radici nella governance e nella distribuzione delle risorse. Aurelio De Laurentiis, dal canto suo, non usa mezzi termini: «Nazionale? Un giocattolo in mano a bambini». Parole pesanti, che riecheggiano in un ambiente già scosso dalla bufera. E mentre Abodi rilancia chiedendo un «calcio da riformare» – senza però addentrarsi in soluzioni facili – c’è chi, come il presidente dell’Assoallenatori Renzo Ulivieri, prova a tenere una rotta diversa, controcorrente: «Non credo che il presidente Gravina abbia colpe per la sconfitta di ieri sera. Nel giudicare il lavoro di un presidente e di un Consiglio Federale non ci si può basare su una partita. Va valutato il movimento nella sua interezza e bisogna ricordare gli ottimi risultati del settore giovanile e quelli del calcio femminile. Il nostro calcio è nel complesso in salute».

Il boicottaggio inconsapevole e la «coerenza» azzurra: evitati i Mondiali di Putin, dell’emiro e ora di Trump

Con un po’ di ironia – amara, ma nemmeno troppo – si può riconoscere alla Nazionale una certa coerenza involontaria. Perdendo con la Bosnia, l’Italia ha schivato anche i Mondiali di Donald Trump, tornato alla Casa Bianca e pronto a ospitare l’edizione del 2026. Dopo aver mancato la qualificazione per la coppa del mondo a casa di Vladimir Putin (Russia 2018) e poi in casa dell’emiro Tamim bin Hamad Al Thani (Qatar 2022), gli Azzurri non si prestano alla sfilata sotto gli occhi del nuovo presidente americano. Un boicottaggio inconsapevole, certo, ma che racconta meglio di qualsiasi statistica la deriva di un movimento che sembra aver perso la bussola proprio nei momenti decisivi. Non si tratta più di sfortuna, né di congiunture sfavorevoli: è un’abitudine, e delle cattive abitudini è difficile liberarsi.

Le dimissioni di Gravina come atto di chiarezza, e l’urgenza di un coraggio che manca dal 2018

Nel piccolo stadio bosniaco non è franato soltanto un obiettivo sportivo. È crollato anche l’ultimo, faticoso tentativo di rinviare a un domani indefinito quel cambiamento che già nel 2018 – dopo il primo schiaffo mondiale – doveva essere abbracciato e messo in pratica. Le dimissioni di Gravina, se arriveranno, rappresenterebbero un atto di chiarezza: non una resa, ma l’ammissione che senza un gesto netto non si può ripartire. Cambiare, a questo punto, non è più una scelta: è un’urgenza. Eppure, da solo, il cambio ai vertici non basterebbe. Perché il calcio italiano – lo ripetono in tanti, tra le righe dei comunicati e nei corridoi delle società – non è mai guarito dalla sua malattia più grave: la mancanza di coraggio. Da questo punto di vista, Gravina se dovesse dimettersi farebbe almeno chiarezza, lasciando campo libero al rinnovamento. Un rinnovamento che, senza coraggio, sarebbe comunque inutile.

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