Unicredit scala ancora Generali, il risiko italiano parte dal Leone

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Andrea Orcel continua a giocare una partita a scacchi, mossa dopo mossa, che per certi versi assomiglia sempre più a una sfida solitaria contro l’intero sistema finanziario italiano; il fatto è che, nonostante i risultati straordinari ottenuti in Borsa – si consideri il dato relativo al titolo Unicredit, passato da meno di nove euro ad azione ai recenti sessantacinque –, il manager non ha ancora concretizzato nessuna delle grandi operazioni di mercato che, periodicamente, gli vengono attribuite. L’ultima, in ordine di tempo, riguarda il gruppo assicurativo Generali, il celebre Leone di Trieste, sul quale la banca di Piazza Gae Aulenti avrebbe ulteriormente incrementato la propria presenza, attestandosi ormai stabilmente oltre la soglia del 9 per cento del capitale. Una presa di posizione, questa, che trasforma una partecipazione ritenuta residuale – solo pochi mesi fa Orcel parlava di un’esposizione netta inferiore al 2 per cento – in un vero e proprio jolly strategico, collocato al centro della complessa partita per la creazione del nuovo polo bancario nazionale.

L’assetto frammentato che favorisce l’incursione

Per comprendere la mossa di Unicredit è necessario osservare la fotografia dell’azionariato di Generali, uno spaccato che rivela una frammentazione quasi perfetta. Nessun singolo socio, infatti, esercita un controllo assoluto, una circostanza che – secondo gli analisti – trasforma l’assicurazione triestina in una sorta di “anello debole” della catena, facilmente aggredibile da chiunque disponga di liquidità. Mps, che controlla Mediobanca, siede al primo posto con una quota che sfiora il 13,19 per cento. Delfin, la holding della famiglia Del Vecchio, segue a ruota con circa il 10 per cento, mentre il gruppo Caltagirone e i Benetton completano il quadro con percentuali rispettivamente del 6,26 e del 4,86 per cento. In un contesto simile, dove i patti parasociali latitano e le alleanze sono fluide, una banca con la potenza di fuoco di Unicredit può insinuarsi con relativa facilità, approfittando delle frizioni tra i soci storici.

L’ipotesi della dismissione forzata da parte di Mps

A rendere il quadro ancora più dinamico è la situazione in casa Monte dei Paschi. Dopo la vittoria in assemblea a Siena, che ha di fatto riconsegnato le redini del gruppo a Luigi Lovaglio, sono tornate a circolare con insistenza le voci di una possibile fusione con Banco Bpm; uno scenario, quello del cosiddetto “terzo polo”, che necessiterebbe però di risorse fresche. Secondo quanto riportato da fonti della stampa finanziaria internazionale, il management di Rocca Salimbeni starebbe valutando l’ipotesi di monetizzare la propria quota in Generali – valutata oltre i 7 miliardi di euro – per finanziare proprio l’acquisizione di Banco Bpm. Sebbene l’istituto senese abbia ufficialmente smentito queste intenzioni, definendosi concentrato esclusivamente sull’integrazione con Mediobanca, il sospetto che quella del Leone possa diventare una pedina di scambio concreta rimane altissimo. Per Unicredit, in tale evenienza, trovarsi già seduta al tavolo dei grandi azionisti rappresenterebbe un vantaggio competitivo non indifferente.

L’asse industriale e la risposta di Donnet

Al di là delle mere speculazioni finanziarie, le mosse di Orcel sembrano rispondere anche a una precisa logica industriale, che prescinde dalla semplice raccolta di dividendi. Già oggi Unicredit e Generali sono legate da una partnership decennale per la distribuzione di polizze nell’Europa centro-orientale, un’intesa che – sebbene produca ricavi ancora contenuti rispetto ai colossi del settore – potrebbe essere notevolmente allargata al risparmio gestito e ad altri comparti strategici. Philippe Donnet, amministratore delegato del Leone, ha recentemente ammesso pubblicamente che “ci sono spazi su tutti i fronti” per sviluppi ulteriori con la banca milanese, spalancando le porte a una collaborazione sempre più stretta, anche senza che vi sia un controllo azionario diretto. La cautela, in questo caso, è d’obbligo: Orcel ha dichiarato più volte che la quota in Generali rappresenta un “investimento finanziario” coperto da derivati, una definizione che riduce l’assorbimento di capitale ma che, al contempo, non preclude future iniziative più aggressive.

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