Eurovision 2026, tra boicottaggi e un italiano in fuga: la kermesse diventa campo di battaglia
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Cultura e Spettacolo
-
C’è un’aria che a Vienna non si respirava dai tempi delle grandi crisi diplomatiche del dopoguerra, eppure qui, alla Wiener Stadthalle, l’occasione sarebbe dovuta essere festosa: la settantesima edizione dell’Eurovision Song Contest, quella del trionfo dei coriandoli e dei tormentoni da ascensore. Invece, aprendo le danze con la prima semifinale del 12 maggio 2026, ci si è trovati di fronte a un conflitto a colpi di note e comunicati stampa, dove il vero ritornello – ascoltato persino prima delle canzoni – è stato quello del boicottaggio. Se l’edizione scorsa aveva già mostrato crepe nel patto di “musica senza confini”, quest’anno quelle crepe si sono trasformate in voragini; il fosforo bianco, menzionato appena a margine di polemiche mai sopite, ha finito per impregnare l’intera atmosfera dell’evento.
La fuga come coreografia: il ritiro di massa e i palchi vuoti
Mentre gli organizzatori sognavano una parata di compleanno da Guinness dei primati, la realtà ha consegnato loro un esodo che sa più di resa che di protesta. Paesi che solo pochi mesi fa avevano confermato la propria partecipazione hanno fatto marcia indietro, e l’hanno fatto con una rapidità tale da lasciare la produzione con blocchi di programmazione da rimpiazzare in poche ore. Si è parlato di un “allontanamento volontario” prima ancora che le prove tecniche iniziassero; alcune delegazioni hanno persino riconsegnato le chiavi dei camerini senza nemmeno provare l’acustica. Nessun atto eclatante sul palco, ma una serie di annunci asciutti e definitivi: non suoneremo, non voteremo, non ci siederemo in platea. Il risultato è una competizione che, volenti o nolenti, porta già il segno dell’assenza più che della presenza.
Il metallo e l’outsider: quando la classifica globale sorride a Sal Da Vinci
Eppure, contro ogni pronostico che voleva l’Eurovision annacquato dalle defezioni, c’è un dato che resiste e che anzi smentisce le previsioni più catastrofiste: il dominio inarrestabile di Sal Da Vinci. Il suo “Per sempre sì”, trionfatore della settantaseiesima edizione del Festival di Sanremo, non solo ha portato l’Italia sul podio virtuale della prima semifinale, ma ha letteralmente polverizzato ogni concorrente nella classifica globale degli streaming. Con oltre 24,2 milioni di riproduzioni accumulate in pochi giorni, il brano si è installato in vetta come un carro armato in mezzo a un mercato di strumenti a corda; alle sue spalle, un manipolo di outsider – alcuni dei quali suonano metallo pesante con una violenza che anni fa sarebbe stata censurata – prova a tenere il passo. Ma il distacco è tale che, a metà gara, gli osservatori più smaliziati hanno già smesso di parlare di testa a testa.
La regia del racconto italiano: Corsi e Lamborghini in cabina di regia
Mentre Vienna trattiene il fiato tra una contestazione e l’altra, la macchina della Rai ha messo in moto il suo schieramento più collaudato e, al contempo, più mediaticamente giovane. Gabriele Corsi, alla sua sesta edizione consecutiva come telecronista per l’Italia, si ritrova a gestire un doppio registro: raccontare la gara a chi guarda da casa su Rai 2 e su RaiPlay (oltre che su Rai Radio 2 e sul canale 202 del digitale terrestre) e, insieme, gestire l’imprevisto politico che aleggia nei corridoi. Al suo fianco, Elettra Lamborghini, al debutto assoluto in questa veste, porta un tono che il pubblico italiano conosce bene tra reality e tormentoni estivi; il loro contrappunto, fatto di ironia e di incursioni nei retroscena, cerca di alleggerire una tensione che invece, nei foyer, si taglia con il coltello. La scaletta della prima semifinale – trasmessa in prima serata il 12 maggio – è stata blindata fino all’ultimo minuto, per evitare che qualche gesto plateale in diretta trasformasse la musica in una dichiarazione di guerra.




