Corpo Eurovision 2026, il via a Vienna tra i boicottaggi di cinque Paesi (tra cui la Spagna) per protestare contro Israele
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Redazione Cultura e Spettacolo
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È ufficialmente iniziata l’edizione numero 70 dell’Eurovision Song Contest, che si tiene quest’anno a Vienna dopo la vittoria dell’austriaco JJ nell’edizione precedente. La kermesse, le cui semifinali sono in programma per martedì 12 e giovedì 14 maggio per concludersi con la finale di sabato 16, si presenta però con un organico ridimensionato e un’atmosfera tesissima. A pesare come un macigno sulla manifestazione è la decisione di ben cinque nazioni, tra cui la Spagna, di ritirarsi dalla competizione in segno di protesta contro la presenza di Israele. Un boicottaggio che segna profondamente l’evento e che ne fa, di fatto, l’edizione della discordia.
Le proteste e il caso spagnolo
Alla vigilia dell’evento, la cornice della Wiener Stadthalle è stata quindi oscurata dall’assenza di alcuni dei protagonisti abituali. A guidare la protesta c’è la Spagna, uno dei cosiddetti Big Five (i maggiori finanziatori del concorso), che ha deciso di non partecipare e nemmeno di trasmettere le serate, una scelta senza precedenti dalla sua prima apparizione nel 1961. Madrid giustifica il gesto come una presa di posizione contro quella che considera una “normalizzazione” della politica israeliana attraverso la musica, un fenomeno che alcuni osservatori hanno definito “Zionist-washing”. Alla Spagna si sono unite altre realtà come Irlanda, Paesi Bassi, Slovenia e Islanda; queste ultime hanno fatto coming out nel corso dei mesi, convinte che la situazione umanitaria a Gaza renda incompatibile la partecipazione dello Stato ebraico a una manifestazione che si propone come veicolo di unità.
La cerimonia di apertura e gli artisti in gara
Nonostante le assenze, la cerimonia di apertura sul Rathausplatz ha regalato qualche momento di spettacolo, con la consueta sfilata delle delegazioni sul tappeto turchese lungo 200 metri. Tra i riflettori, oltre al sindaco di Vienna Michael Ludwig, sono sfilati i 35 Paesi rimasti in gara. Per l’Italia, reduce dalla vittoria al Festival di Sanremo, si è presentato Sal Da Vinci, accolto con entusiasmo dai fan presenti; la sua esibizione, accompagnata dall’orchestra della ORF diretta da Christian Kolonovits, è una delle più attese della prima semifinale. Tra gli altri nomi di spicco spiccano la svizzera di origini calabresi Veronica Fusaro, la giovanissima francese Monroe (solo 17 anni) e il sex symbol Aidan per Malta, senza dimenticare Boy George, in gara per San Marino.
Economia e doppi standard: i costi del festival
Se la musica è al centro, l’aspetto economico rimane un tema caldo dietro le quinte. Organizzare un evento di questa portata a Vienna comporta investimenti milionari, che si aggirano attorno ai 36 milioni di euro complessivi, una cifra che i piccoli broadcaster faticano a sostenere. Per molti Paesi, la tassa di iscrizione all’European Broadcasting Union (EBU) è un salasso, e per questo nazioni come Cipro hanno dovuto cambiare il modello di selezione degli artisti, affidandosi a grandi etichette discografiche greche per sostenere i costi di produzione che superano spesso i 150.000 euro a esibizione. Tuttavia, il vero nodo politico riguarda l’accusa di doppio standard: come mai la Russia è stata esclusa dopo l’invasione dell’Ucraina mentre Israele, nonostante le critiche internazionali per le operazioni a Gaza, è ancora in gara?. Una domanda, quest’ultima, che molti fan posti davanti ai maxi-schermi dell’Eurovision Village continuano a porsi, mentre la polizia austriaca monitora l’area per gestire le proteste.
Il caso Yuval Raphael e le regole del voto
Sullo sfondo, a rendere l’atmosfera ancora più elettrica, ci sono i ricordi dell’edizione scorsa e i timori per quella attuale. Già nel 2025, la cantante israeliana Yuval Raphael – sopravvissuta all’attacco del 7 ottobre 2023 – era stata sommersa dai fischi del pubblico durante le prove, riuscendo comunque a conquistare un sorprendente secondo posto. Un risultato, secondo alcuni, viziato da una campagna social spinta dal governo di Benjamin Netanyahu per mobilitare il televoto. Quest’anno, per evitare manipolazioni, l’EBU ha inasprito le regole: il direttore del concorso, Martin Green, ha ufficialmente diffidato il broadcaster israeliano KAN dall’incitare il pubblico a votare “10 volte per Israele”, pena sanzioni. Resta inoltre il nodo della bandiera palestinese: gli organizzatori austriaci hanno confermato che non verrà vietata, né tantomeno saranno censurati gli eventuali fischi del pubblico.




