Il conto salatissimo del flop mondiale: tra mancati ricavi e bonus sfumati, per l’Italia è un’altra débâcle da 30 milioni
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Redazione Sport
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Il fischio finale di Zenica, martedì sera, non ha sancito soltanto l’ennesima eliminazione sul campo. Ha chiuso, con la crudeltà tipica delle sconfitte che pesano come macigni, un capitolo che per la Federazione Italiana Giuoco Calcio si rivelerà doloroso anche sui numeri di bilancio. La terza mancata qualificazione consecutiva a un campionato del mondo – circostanza che non ha precedenti per una nazionale vincitrice di almeno quattro edizioni del trofeo – comporta, stando alle prime proiezioni economiche, un’emorragia finanziaria stimata tra i 25 e i 30 milioni di euro. Una somma che rappresenta la sintesi, amara, di premi che la Fifa non erogherà, di clausole contrattuali con gli sponsor che subiranno inevitabili ridimensionamenti e di introiti legati al merchandising che, in assenza della vetrina mondiale, evaporano nel giro di poche settimane.
Il mancato incasso dei premi Fifa e la revisione degli accordi commerciali
A pesare in maniera più immediata sulle casse di via Allegri è la perdita secca del bonus di partecipazione. Il solo ingresso nella fase finale del torneo, che quest’anno si disputerà tra Stati Uniti, Canada e Messico allargando il numero delle contendenti a 48, avrebbe garantito alla Figc un assegno di 18,5 milioni di euro. A questi, in uno scenario di normale programmazione, si sarebbero aggiunte le ulteriori quote legate ai risultati sportivi: fondi che, con l’eliminazione, diventano definitivamente inaccessibili. Non si tratta, tuttavia, soltanto di trasferimenti diretti da parte dell’organismo internazionale. La credibilità commerciale di una federazione, nel calcio contemporaneo, si misura sulla capacità di portare il proprio marchio sui grandi palcoscenici; e i contratti con i partner principali, quelli di durata pluriennale, contengono spesso meccanismi di revisione legati proprio alla qualificazione ai tornei maggiori. La mancata partecipazione, quindi, innesca una riduzione automatica dei corrispettivi o, nei casi più complessi, la sospensione di alcune tranche di pagamento legate agli obiettivi di visibilità.
Un bilancio già in sofferenza e la gestione dell’emergenza
È importante sottolineare, per comprendere la portata della situazione, che il bilancio preventivo della Federazione per l’esercizio 2026 – approvato a fine gennaio – aveva già messo in conto un esercizio in negativo. Le previsioni parlavano di una perdita di 6,6 milioni di euro, un dato che emergeva da un margine operativo netto di circa 2,76 milioni, con un valore della produzione fermo a 191,9 milioni a fronte di costi pari a 189,1. Il risultato ante imposte indicato in quella sede era di 5,7 milioni, con una imposizione fiscale da 12,4 milioni. La débâcle di Zenica, ora, rischia di allargare ulteriormente questa forbice, trasformando un disavanzo preventivato in un deficit strutturale ben più profondo. Le casse federali, già provate dalla precedenti esclusioni, si trovano a dover assorbire un colpo economico che arriva in un momento nel quale, paradossalmente, i costi di gestione delle nazionali – tra impegni e indennizzi – non subiscono flessioni proporzionali alla mancata partecipazione.
Il peso della storia e il precedente negativo nel calcio femminile
A rendere il quadro particolarmente aspro, oltre ai numeri, c’è l’eccezionalità della sequenza negativa dal punto di vista statistico. Mai, nella storia del calcio mondiale, una nazionale con almeno un titolo iridato alle spalle era riuscita a mancare l’appuntamento con la Coppa del Mondo per tre edizioni consecutive. Un’anomalia statistica che, fino al 2018, collocava l’Italia in una compagnia ristretta che annoverava l’Inghilterra – campione nel 1966 e assente nel 1974 e nel 1978 – e l’Uruguay, vincitore nelle prime edizioni, che aveva accumulato assenze negli anni Settanta e nuovamente a cavallo tra il 1994 e il 1998. La Nazionale maschile, con il ko in Bosnia, si è dunque appropriata di un primato negativo solitario, aggiungendo un capitolo di storia sportiva che pochi, al culmine del successo europeo del 2021, avrebbero potuto immaginare. Una parabola discendente che, peraltro, trova un parallelo ancora più drammatico nella selezione femminile, anch’essa costretta a saltare l’appuntamento con la fase finale della rassegna iridata dopo il titolo mondiale conquistato nel 2023.
Gattuso e il costo umano di una mancata qualificazione
Oltre ai bilanci e alle scritture contabili, ci sono le conseguenze dirette sugli attori principali. Il commissario tecnico, Gennaro Gattuso, ha lasciato trasparire nelle ore successive alla sconfitta tutta la durezza del momento, definendo la batosta “una mazzata che non meritavamo” e allontanando, con un gesto quasi secco, qualsiasi riflessione sul proprio futuro immediato. Per lui, la mancata qualificazione comporta anche la perdita di bonus individuali legati al raggiungimento dell’obiettivo sportivo, i cosiddetti superbonus che in molti contratti di vertice sono parametrati al risultato finale. Un’amarezza, quella di un tecnico che aveva raccolto una squadra reduce da un ciclo complicato, che si intreccia con i conti in rosso di una Federazione costretta ora a riprogrammare le proprie strategie senza l’ancora di salvezza rappresentata dal torneo più ricco e seguito del pianeta.




