La Biennale di Venezia perde la giuria: il caso dei premi negati a Russia e Israele fa saltare il banco
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Redazione Interno
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È arrivata l’onda d’urto che molti, nel mondo dell’arte contemporanea, temevano da giorni: l’intera Giuria internazionale della 61/a Esposizione internazionale d’Arte – quella che avrebbe dovuto assegnare i Leoni d’oro e d’argento il prossimo 9 maggio – si è dimessa in blocco. A comunicarlo è stata la stessa Biennale di Venezia con una nota ufficiale, rilasciata all’indomani della visita ispettiva disposta dal ministero della Cultura a Ca’ Giustinian. Un terremoto istituzionale che arriva a pochi giorni dalla partenza della kermesse (pre-aperture il 6 maggio, inaugurazione il 9), gettando nel caos la macchina organizzativa dell’evento più atteso del calendario artistico mondiale.
Una decisione già annunciata (e contestata)
Il gesto, seppur drammatico, non è arrivato dal nulla. La giuria, composta dalla presidente Solange Farkas, da Zoe Butt, Elvira Dyangani Ose, Marta Kuzma e Giovanna Zapperi, aveva già fatto parlare di sé il 22 aprile scorso, quando aveva diffuso una Dichiarazione di Intenti apparentemente innocua ma esplosiva nella sostanza. In quel documento, i cinque membri annunciavano la volontà di escludere dalla corsa ai premi ufficiali le Federazioni di Russia e Israele. La motivazione? Una presa di posizione etica radicale: non avrebbero voluto premiare Paesi i cui leader – Vladimir Putin e Benjamin Netanyahu – sono destinatari di mandati di arresto o formali accuse per crimini contro l’umanità da parte della Corte penale internazionale.
La scelta, però, si è scontrata subito con un muro di resistenza politico e legale. Da un lato, c’era l’artista israeliano Belu-Simion Fainaru, rappresentante del padiglione di Israele, che ha diffidato formalmente la Fondazione Biennale, Palazzo Chigi e il ministero della Cultura, parlando di una discriminazione «su base etnica e culturale» (se non di vere e proprie sfumature antisemite) e minacciando un ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo. Dall’altro, i regolamenti della Biennale non sembrano lasciare spazio a simili “veti” morali: la Fondazione è un ente che, come sottolineato dal presidente Pietrangelo Buttafuoco, si considera «l’Onu dell’arte», dove l’esclusione di una nazione riconosciuta dallo Stato italiano non è contemplata.
La resa dei conti al culmine dell’ispezione
Le dimissioni, che la nota della Biennale fa decorrere dal 30 aprile 2026, sono arrivate «in ottemperanza» proprio a quella famosa dichiarazione del 22 aprile. Un atto formale che, nelle intenzioni delle cinque giurate, serve a ribadire la coerenza del loro pensiero di fronte a quelle che considerano «violazioni sistematiche del diritto internazionale umanitario». Tuttavia, il tempismo non è affatto casuale: ieri, infatti, una squadra di quattro ispettori del Collegio romano (guidati dal direttore della Creatività contemporanea del Mic Angelo Piero Cappello) ha fatto il suo ingresso nella sede veneziana della Biennale.
I controlli, che dovrebbero proseguire anche oggi, non si limitano alla questione dei premi. Il ministero – nelle more di un braccio di ferro politico che vede contrapposti il ministro della Cultura Alessandro Giuli (che ha già annunciato il proprio forfait alla cerimonia) e il presidente Buttafuoco – sta setacciando la gestione amministrativa della Fondazione. Nel mirino degli inquirenti amministrativi c’è soprattutto la delicata partita della riapertura del padiglione russo ai Giardini. Nonostante le sanzioni Ue per l’aggressione all’Ucraina, Mosca riavrà il suo spazio per soli tre giorni (dal 6 all’8 maggio) durante la settimana della vernice, per poi restare sigillato dal 9 novembre. Un escamotage logistico che il governo italiano e la Commissione Europea – quest’ultima pronta a sospendere finanziamenti per due milioni di euro – giudicano inaccettabile.
L’eredità di Koyo Kouoh e i fantasmi del regolamento
A piangere le conseguenze di questa débâcle è, in primis, la memoria della curatrice Koyo Kouoh, scomparsa nel maggio 2025. È stata lei a selezionare questa giuria, così come ha ideato il tema di questa edizione, «In Minor Keys» (Tonalità Minori). Con le dimissioni dei giurati, la cerimonia del 9 maggio rischia di trasformarsi in un imbarazzante teatro di poltrone vuote. La Biennale si ritrova così senza un organismo fondamentale per l’attribuzione dei riconoscimenti, mentre l’unico faro rimasto acceso è quello della burocrazia: gli ispettioni ministeriali intendono verificare la conformità delle scelte artistiche ai principi di non discriminazione previsti dalla legge italiana, specialmente dopo la segnalazione formale dell’artista Fainaru.
Se il ministero dovesse accertare che l’esclusione dei due Paesi dai premi configura un atto discriminatorio, per la Fondazione si aprirebbero scenari giudiziari e contabili molto pesanti. Per ora, a Ca’ Giustinian regna un silenzio carico di rabbia: Buttafuoco aveva già mostrato «irritazione» per la pesante ingerenza del governo alla vigilia dell’inaugurazione. Le dimissioni della giuria sono la sua peggiore sconfitta.




