L’attesa mossa di Conte, la dichiarazione a sorpresa e il nodo delle primarie nel Pd
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Redazione Interno
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Giuseppe Conte ha parlato per primo, interrompendo di fatto la narrazione che il Partito democratico avrebbe voluto costruire. Mentre al Nazareno Elly Schlein osservava ancora i numeri affluire, il leader del Movimento 5 Stelle ha convocato una conferenza stampa in via di Campo Marzio, anticipando il centrosinistra su un terreno – quello della celebrazione del risultato referendario – che avrebbe dovuto essere comune. Il dato, del resto, era chiaro: con il 53,74 per cento dei votanti che avevano bocciato la riforma Nordio, e un’affluenza attestatasi al 58,91 per cento, il cosiddetto campo largo si apprestava a raccogliere i frutti di una mobilitazione percepita come argine alla maggioranza di governo. Eppure, è stato Conte a dettare i tempi. Ha elogiato la segretaria dem, l’ha definita “candidata naturale” per le eventuali primarie di coalizione, l’ha ringraziata per aver ricomposto il partito dopo quella che lui stesso ha definito “la stagione fissata sull’agenda Draghi”. Un gesto, il suo, che appariva come un atto di generosità politica, ma che nella sostanza imponeva un’agenda precisa: la leadership della coalizione, prima ancora di essere negoziata, veniva messa per iscritto con una mossa unilaterale.
I numeri del referendum e i consensi reali del centrosinistra
Per comprendere la portata delle dichiarazioni successive di Schlein – accusata da più parti di aver esagerato la forza del fronte progressista – è necessario riprendere brevemente i dati. Al referendum sulla giustizia, i favorevoli al No sono stati circa 14,5 milioni di elettori, pari al 53,7 per cento. Dall’altra parte, il Sì si è fermato a 12,5 milioni, il 46,3 per cento. Un risultato, questo, che se letto in termini assoluti rappresenta una vittoria netta per chi si opponeva alla riforma. Tuttavia, la proiezione sul piano politico diventa più complessa se si incrociano i dati con le elezioni europee del 2024, l’ultimo test elettorale in cui i partiti hanno corso separati. In quell’occasione, Fratelli d’Italia si era imposto come primo partito con il 28,8 per cento, conquistando circa 6,7 milioni di preferenze. Il centrosinistra, sommando i contributi di Pd, Alleanza Verdi e Sinistra e Movimento 5 Stelle, aveva raggiunto una cifra complessiva più alta, ma con una distribuzione territoriale disomogenea che i numeri del referendum hanno solo in parte confermato.
Le parole di Delrio e la necessità di un programma oltre la leadership
Se Conte ha giocato d’anticipo sulla leadership, nel Partito democratico si leva la voce di chi chiede di non ridurre tutto alla competizione per il vertice. Graziano Delrio, senatore dem e rappresentante dell’area riformista, ha accolto con favore l’esito referendario definendolo “una bella affermazione”, ma ha subito spostato il focus su quello che ritiene essere il vero nodo. In un’intervista, Delrio ha sottolineato come il voto abbia inviato al governo un messaggio chiaro, ovvero che “non avete le mani libere sulla Costituzione”. Tuttavia, guardando all’interno della coalizione, l’esponente dem ha lanciato un avvertimento: “Ora non parliamo per mesi di primarie”. Per Delrio, l’errore più grande che il centrosinistra potrebbe commettere sarebbe quello di consumare energie in una discussione estenuante sui nomi, trascurando invece la costruzione di un programma basato su “temi concreti”. La sua posizione riflette una tensione sotterranea tra la necessità di mettere a punto un meccanismo di scelta del candidato – su cui Conte ha già dato la sua impronta – e l’urgenza di tradurre il consenso di piazza Barberini, dove il fronte del No ha festeggiato, in una proposta politica strutturata.
L’interpretazione di Schlein e il peso specifico dei territori
Sul fronte siciliano, intanto, il risultato assume contorni particolarmente significativi per il centrosinistra. Con oltre un milione di voti espressi per il No, l’isola ha contribuito in maniera decisiva a fermare il progetto di riforma, registrando un 60 per cento di preferenze per la bocciatura tra coloro che si sono recati alle urne. Un dato, questo, che la segretaria del Pd ha subito rivendicato come un lascito identitario: il richiamo ai “valori costituzionali” è stato da lei utilizzato per rilanciare l’idea di un’alleanza capace di rappresentare un’alternativa credibile, partendo proprio dai territori dove la destra, a livello regionale, è appariva fino a poco tempo fa inattaccabile. Tuttavia, la rivendicazione di Schlein circa l’ampiezza del consenso raccolto ha sollevato qualche perplessità negli ambienti del Nazareno e tra gli osservatori, i quali fanno notare come la somma dei voti del centrosinistra alle Europee e il bacino dei votanti al referendum raccontino due storie parzialmente diverse: la prima legata alla fedeltà dei singoli partiti, la seconda alla capacità di aggregazione su un tema specifico, dove il Movimento 5 Stelle ha giocato un ruolo da traino.




