Marianna Madia lascia il Pd e approda da indipendente a Italia Viva
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Redazione Interno
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La notizia, filtrata nella tarda mattina di oggi da fonti parlamentari prima di essere ufficializzata, segna un nuovo, rilevante riassetto per le opposizioni di centrosinistra. Marianna Madia, deputata in carica dal lontano 2008 ed ex ministra per la Pubblica amministrazione, ha formalizzato il suo addio al Partito Democratico per approdare, nelle vesti di indipendente, al gruppo di Italia Viva – Casa riformista. A comunicare la decisione – maturata, a quanto si apprende, al termine di una riflessione durata settimane – è stata la stessa interessata, che ha scritto un messaggio diretto alla capogruppo dem alla Camera, Chiara Braga, condividendo poi la scelta anche nelle chat interne dell’ala riformista del Nazareno.
La mossa, che molti addetti ai lavori davano ormai nell’aria dopo una serie di segnali sempre più espliciti, porta con sé il peso specifico dell’esperienza politica di Madia. Classe 1980, vanta un curriculum di prim’ordine nell’esecutivo: fu proprio Matteo Renzi a sceglierla come titolare del dicastero per la Semplificazione, un incarico che mantenne (a riprova della sua continuità amministrativa) anche durante la successione tecnica guidata da Paolo Gentiloni. Oltre a ciò, nel 2018 fu portavoce del partito, una posizione che la collocava di diritto tra i volti più noti della schiera democratica. Eppure, quella che oggi si consuma non è una rottura improvvisa, bensì l’esito di una progressiva, e ormai insanabile, distanza dalla linea impressa dalla segretaria Elly Schlein.
Il lungo percorso di avvicinamento e la frattura sull’asse con i 5 Stelle
A rendere concreto il trasloco verso il partito fondato da Renzi – un movimento che l’ha sempre considerata una potenziale risorsa per arricchire il proprio bacino riformista – sono stati alcuni episodi chiave verificatisi nei mesi scorsi. In particolare, lo scorso marzo, Madia decise di non sottoscrivere la risoluzione del Partito Democratico durante il dibattito sulle comunicazioni in materia di politica estera, scegliendo invece di aderire al documento presentato da Italia Viva, Azione e +Europa. Un gesto, quello della firma, che interpretato come un’apertura verso i centristi, ruppe di fatto l’obbligo di lealtà verso il gruppo d’origine. Inoltre, la deputata non ha mai fatto mistero del proprio dissenso rispetto all’alleanza organica con il Movimento 5 Stelle, un’alleanza che la sua attuale nuova collocazione politica contesta frontalmente.
Messaggi, chat e lo strappo con l’area di Elly Schlein
Nel dare conto della sua scelta, l’ex ministra ha cercato di smussare gli angoli più taglienti dell’operazione, definendola non una rottura ma una “continuità d’impegno”. “Amici, provo da un’altra prospettiva a costruire un pezzo di centrosinistra”, si legge nei messaggi trapelati nella chat dell’area riformista, un tentativo evidente di legittimare il passaggio come un servizio alla coalizione più ampia piuttosto che come una resa dei conti interna. Madia, che alle primarie del 2023 aveva sostenuto la mozione di Stefano Bonaccini (uscito poi sconfitto dalla sfida con l’attuale segretaria), rappresenta la figura più matura a compiere questo balzo, sebbene nella sua stessa area – dove si contano nomi come Graziano Delrio e Lorenzo Guerini – i malumori per la gestione Schlein siano tutt’altro che sopiti.
Verso nuovi equilibri parlamentari per il centrosinistra
L’approdo a Italia Viva, che avviene formalmente da indipendente (almeno per questa fase), modifica lievemente i pesi all’interno della Camera. Madia porta con sé l’autorevolezza di chi ha ricoperto incarichi di governo e una conoscenza minuziosa dei meccanismi burocratici, essendo stata a lungo vicepresidente della commissione parlamentare per le politiche dell’Unione Europea. Per Matteo Renzi, che vede crescere il proprio contingente proprio mentre il Partito Democratico si appresta a definire le liste per le prossime sfide elettorali, l’ingresso di un profilo istituzionale simile rappresenta un rafforzamento simbolico e numerico. Resta da osservare come i vertici dem assorbiranno l’ennesimo strappo nella loro compagine, in un momento in cui la segreteria sembra intenzionata a privilegiare la mobilitazione territoriale e un’identità marcatamente progressista, a scapito delle anime moderate che si riconoscevano nell’esperienza dei governi Renzi e Gentiloni.




