Il lungo addio di Marianna Madia: dal Pd renziano alla “poltrona” in Italia Viva

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Diciotto anni fa, quando il giovanissimo Partito democratico cercava di rompere gli schemi della sinistra tradizionale, Marianna Madia si presentò con una dichiarazione che suonava quasi come un paradosso: «In Parlamento porto la mia inesperienza». Era il 2008, l’era di Walter Veltroni, e quella frase–divenuta celebre come la definizione della “veltronissima” interprete di un partito più cool–sancì l’ingresso in politica di una figura che oggi, dopo quattro legislature e un’esperienza da ministro, ha deciso di cambiare casacca. La notizia, ufficializzata con una lettera alla capogruppo alla Camera Chiara Braga, è che Madia lascia il Nazareno per accasarsi tra gli indipendenti di Italia Viva, il contenitore politico guidato da Matteo Renzi.

Una scelta annunciata tra malumori e convergenze riformiste

Non si tratta, in realtà, di uno strappo improvviso, né di una decisione maturata nell’arco di poche ore: le interlocuzioni con l’ex presidente del Consiglio andavano avanti da mesi, alimentate da un progressivo allontanamento dalla linea della segretaria Elly Schlein. Già a marzo, Madia aveva firmato una risoluzione condivisa con Iv, Azione e +Europa sulla situazione in Medio Oriente, un primo segnale di sintonia che prefigurava l’approdo attuale. «Amici, provo da un’altra prospettiva a costruire un pezzo di centrosinistra», ha scritto la deputata nella chat dei riformisti dem, aggiungendo poi, con una formula retorica che mira a sdrammatizzare la rottura: «Sempre uniti per lo stesso obiettivo: liberare l’Italia da questo pessimo governo».

La frattura–se così si può chiamare, visto che Madia parla espressamente di «logica non di rottura ma di continuità dell’impegno e delle idee»–affonda le radici in un disagio crescente. L’ala riformista del Pd, da sempre rappresentata dalla deputata romana, si sente marginalizzata da una leadership giudicata troppo schiacciata a sinistra, ambigua sul conflitto ucraino e fin troppo vicina alle posizioni del Movimento 5 Stelle, con cui Schlein cerca di costruire quell’alternativa a Giorgia Meloni che però, agli occhi dei moderati, rischia di restare un’operazione velleitaria.

La speranza di riconquistare la “poltrona”

Matteo Renzi è, e non è mai stato un mistero, il leader politico del cuore di Marianna Madia. Fu lui, nel 2014, a nominarla ministra per la Pubblica amministrazione (carica poi riconfermatale da Paolo Gentiloni dopo la caduta del governo renziano), ed è sempre con lui che lei spera adesso, in questo passaggio consumato senza rumore e senza particolare stupore degli addetti ai lavori, di riconquistare ciò che a un politico interessa di più: la poltrona. In un partito che non è più quello di Veltroni, dove le correnti massimaliste fedeli a Schlein dettano l’agenda, la prospettiva di una ricandidatura nelle liste dem appariva sempre più incerta per chi, come Madia, ha fatto della moderazione il proprio tratto distintivo.

Italia Viva, in questo senso, offre uno spazio politico coerente con il suo percorso. L’ingresso della deputata nel gruppo parlamentare guidato da Renzi – che la vedrà operare da indipendente almeno nella fase iniziale – rafforza numericamente e qualitativamente l’area centrista, in vista di quella che molti interpretano come una strategia più ampia di consolidamento in funzione delle prossime sfide elettorali. Non a caso, la stessa Madia ha partecipato ad aprile alle “Primarie delle idee” promosse da Renzi, un laboratorio programmatico cui hanno preso parte altri esponenti dell’area riformista come Graziano Delrio e Giorgio Gori.

Cosa cambia negli equilibri del centrosinistra

Per Elly Schlein, quella di Madia rappresenta la prima defezione di peso in un momento particolarmente delicato per la tenuta della coalizione progressista. Sebbene la parlamentare non sia considerata una “peso massimo” in grado di trascinare con sé masse di elettori, la sua uscita assume un valore simbolico non trascurabile: è il segnale che la minoranza riformista, pur senza compiere scissioni clamorose, inizia a cercare sponde altrove. D’altronde, le difficoltà interne al Pd sono note: mesi di botta e risposta tra la componente fedele alla segretaria e quella che non gradisce una leadership ritenuta “troppo rossa” hanno reso l’ambiente del Nazareno sempre più ostile per chi, come Madia, è sempre stata contraria su più fronti a certi dettami della sinistra classica (dall’aborto alle nozze gay, passando per l’eutanasia).

La decisione, per stessa ammissione dell’interessata, è stata «difficile e sofferta», ma la convinzione di potersi «rendere più utile svolgendo lo stesso lavoro in un’altra collocazione» ha prevalso. Se questo movimento innescherà una reazione a catena–con altri esponenti dell’area che potrebbero seguire l’esempio di Madia, come già fatto da Elisabetta Gualmini con Azione–è un interrogativo che resta sulle scrivanie degli strateghi. Quel che è certo, per il momento, è che Marianna Madia ha voltato pagina. E la speranza, per chi la segue, è che l’inesperienza di diciotto anni fa si sia ormai trasformata in un calcolo matematico sufficientemente preciso da garantirle quella visibilità che a Roma, si sa, non è mai abbastanza.

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