Madia sceglie Iv e al Nazareno si interrogano sull’effetto domino tra i riformisti
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Redazione Interno
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C’è un certo sarcasmo, a volte, nel modo in cui la politica digerisce le sue perdite. Quando Elio Vittorini lasciò il Pci, Palmiro Togliatti – lui, torinese doc – commentò in napoletano, liquidando la faccenda con un “Vittorini se n’è ghiuto e soli c’ha lasciati” accompagnato da un’alzata di spalle. Il Partito democratico di oggi non è il Pci di ieri, e Marianna Madia non è certo lo scrittore di “Conversazione in Sicilia”, eppure, tra i dem che contano, la sensazione è che si assista a una replica di quell’antico gesto. La deputata ed ex ministra ha ufficializzato il suo addio, transitando come indipendente nel gruppo di Italia Viva, ma la scossa tellurica che ci si aspetterebbe da una fondatrice del partito – entrata in Parlamento nel 2008 con Walter Veltroni – è per ora un fremito appena percettibile. La missiva inviata alla capogruppo Chiara Braga, piuttosto che un atto di guerra, sembra la richiesta di un trasferimento di ufficio: “in una logica non di rottura ma di continuità dell’impegno”.
Eppure, a guardare bene le crepe nel Palazzo, l’operazione di Madia è solo la punta più visibile di un iceberg che sta lentamente sciogliendo l’ala riformista. L’ex ministra alla Pubblica amministrazione (incarico ricoperto durante i governi Renzi e Gentiloni) motiva la scelta con la necessità di “liberare l’Italia da questo pessimo governo”, ma è il messaggio nella chat dei compagni di strada a rivelare la vera strategia: “provo da un’altra prospettiva a costruire un pezzo di centrosinistra”. Si tratta di una mossa che non è tanto contro Elly Schlein, quanto piuttosto a favore di un progetto nebuloso ma ambizioso: quella “nuova Margherita” che da mesi aleggia nei pensieri di chi si sente stretto nella morsa tra l’ortodossia della segretaria e l’abbraccio ingestibile del Movimento 5 Stelle.
Il silenzio del Nazareno e l’effetto Gori-Delrio
Mentre Matteo Renzi accoglie l’amica con un caloroso “benvenuta” – definendola una colonna del suo esecutivo – al Nazareno cala un silenzio che alcuni eletti iniziano a trovare “preoccupante”. La vicepresidente del Parlamento europeo, Pina Picierno, ha rotto gli indugi sottolineando come la fuoriuscita di una fondatrice “non possa essere derubricata a fatto personale”. È una frecciata che pesa, perché dietro Madia si intravede la fila di altri big della stessa area. Tutti gli occhi sono puntati su Graziano Delrio, senatore ed ex ministro, che di questa corrente cattolico-democratica è forse il più autorevole esponente. I rapporti con la segreteria, e in particolare con il capogruppo Francesco Boccia, sono tesi da tempo, al punto che la sua presenza alle “Primarie delle idee” lanciate da Renzi (insieme a Giorgio Gori) è apparsa come un vero e proprio preavviso di trasloco.
Madia ha fatto il primo passo, ma la scommessa, per lei come per i suoi nuovi alleati, è rischiosa. Entrare in Italia Viva da indipendente significa giocarsi la ricandidatura in un partito che, secondo molti sondaggi, fatica a superare la soglia di sbarramento da solo. L’obiettivo dichiarato, quello che l’ex ministra descrive come “riformismo radicale”, è ambire a diventare la quarta gamba della coalizione di centrosinistra, quella capace di convincere gli elettori moderati che oggi guardano il campo largo con sospetto. C’è chi guarda già oltre, immaginando che questa nuova casa possa essere federata attorno alla figura della sindaca di Genova, Silvia Salis, la cui popolarità trasversale è vista come una calamita per l’elettorato fluttuante.
Calenda, Salis e il rebus delle alleanze
Il paradosso, in questa fase politica che precede le elezioni del 2027, è che mentre Madia esce per rafforzare il centrosinistra, la sua uscita indebolisce numericamente il Pd e ne mette a nudo le contraddizioni. La reazione dei renziani, che già sognano di ottenere più seggi alle spese dei dem, si scontra con la realtà aritmetica: costruire una lista civica o un polo autonomo richiede un collante ideologico più spesso di un semplice “no al governo Meloni”. L’avvocato di questa operazione, d’altronde, si guarda bene dal chiudere le porte. Sebbene la strada si sia divisa con Carlo Calenda, l’idea che si possa procedere senza l’apporto di altri pezzi di moderatismo appare irrealistica. Del resto, se Madia non ha fatto “tragedia” della sua uscita, è anche perché sa che senza un progetto proporzionale che tuteli queste piccole formazioni, passaggi come il suo rischiano di rivelarsi suicidi politici.
La narrazione di una “passerella” verso Montecitorio conta meno delle ragioni strutturali che hanno portato a questo divorzio. La deputata non nascondeva l’insofferenza per la linea estera del partito, spaccato sul sostegno militare all’Ucraina, così come per la deriva “testardamente unitaria” che impone di sedersi allo stesso tavolo con i pentastellati. Per lei, l’incompatibilità non è (solo) personale, ma culturale: “C’è una incompatibilità di cultura politica” con chi vede nella decrescita o nel garantismo un punto fermo. È per questo che, alla fine, la valigia è stata preparata.
La “gamba” che ancora manca
L’attenzione ora si sposta quindi sugli effetti a catena. La domanda che circola nei salotti buoni del Nazareno non è più “perché Madia se n’è andata”, ma “chi sarà il prossimo”. Se Delrio dovesse seguire l’esempio – e lui, per ora, si tiene in equilibrio tra la fedeltà al simbolo e la costruzione dell’associazione “Comunità democratica” – la breccia si allargherebbe in modo difficilmente riparabile. Al contrario, se l’area riformista dovesse disperdersi in tanti rivoli, fallirebbe l’obiettivo per cui Madia dice di aver rischiato: creare un polo in grado di rendere il centrosinistra “competitivo”.
In attesa di capire se sarà Delrio, Salis o un’altra figura a prendere per mano questo pezzo di partito, Madia intasca la prima tessera di un percorso che la vede già al lavoro per “rafforzare l’area”. Una mossa che, al netto delle dichiarazioni sulla “sofferenza” per l’addio, appare lucida e calcolata. Del resto, la politica è anche l’arte di capire quando una casa è diventata troppo stretta per le proprie ambizioni. E, almeno per ora, in quella casa democratica nessuno sembra intenzionato ad allargare le porte per trattenerla.




