Marianna Madia lascia il Pd e approda da Renzi in Italia Viva: l’ex ministra (che fu veltroniana) cerca la “poltrona”
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Redazione Interno
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Diciotto anni fa, presentandosi come una delle candidate simbolo del «partito più cool» voluto da Walter Veltroni, Marianna Madia ebbe il candore (o forse l’astuzia) di dichiarare: “In Parlamento porto la mia inesperienza”. Oggi, dopo quattro legislature e un passato da ministra della Pubblica amministrazione nei governi Renzi e Gentiloni -1-8, quella stessa protagonista della scena politica romana ha deciso di chiudere la porta del Partito Democratico alle spalle. Lo ha fatto senza clamore, ma con la precisa consapevolezza di chi intende riprendersi ciò che a un politico – è bene ricordarlo – interessa più di ogni altra cosa: la poltrona.
Addio al Pd senza rotture (apparenti) e l’abbraccio con la “terza via” renziana
La comunicazione ufficiale, come si è appreso negli ambienti parlamentari, è arrivata attraverso una lettera indirizzata alla capogruppo dem alla Camera, Chiara Braga. Non le è mancato un saluto affettuoso anche nelle chat riservate all’ala riformista del partito, dove ha scritto: “Amici, provo da un’altra prospettiva a costruire un pezzo di centrosinistra”. Madia approderà nel gruppo di Italia Viva con lo status di indipendente, quasi a voler simulare un passaggio leggero, non traumatico. Peccato che il contesto – un Pd in ebollizione per le tensioni tra la maggioranza schleiniana e i malumori dei riformisti – dica esattamente il contrario. Ciò che emerge da questa mossa è la fotografia di un partito che non è più quello di Veltroni, dove la Madia trovava spazio, e che ora si ritrova con una deputata in meno.
Del resto, la sintonia tra l’ex titolare della Semplificazione e Matteo Renzi non è certo una novità: fu proprio lui, nel lontano 2014, a volerla al ministero. E se allora la loro alleanza fruttò una riforma della Pa, oggi l’operazione è squisitamente elettorale. L’area riformista che fa capo al leader di Iv cerca di allargarsi in vista delle prossime sfide, raccogliendo i cocci di chi nel Pd non si riconosce più in una linea giudicata troppo sbilanciata a sinistra. Il fatto che la deputata abbia scelto di compiere questo passo proprio ora, mentre il centrosinistra tenta faticosamente di imbastire una alternativa credibile a Giorgia Meloni, la dice lunga sulla fragilità di quel perimetro politico.
La “straordinaria inesperienza” del 2008 e la maturità di chi cerca spazio
Tornando con la mente a quella famosa conferenza stampa del 2008, quando Veltroni la lanciò sostenendo che “questo Paese è stato avaro con le sue energie migliori”, si misura il divario tra l’entusiasmo naive di allora e il cinismo necessario di oggi. Se l’inesperienza poteva essere un grimaldello per entrare in Parlamento, è la fedeltà a Renzi – il leader politico del cuore, quello che l’ha resa ministra – la carta che gioca adesso per restare in gioco. A differenza di molti suoi ex compagni di strada, che nel 2019 non seguirono l’ex sindaco di Firenze nella sua scissione, Madia ci ripensa e cambia casacca, sperando che questo spostamento le garantisca quella visibilità che dentro il Pd, con Elly Schlein alla guida, sembrava essersi offuscata.
Non è un caso, quindi, che la sua decisione sia stata accompagnata da un certo gradualismo: già a marzo aveva firmato una risoluzione di Iv e Azione sull’Iran, mentre ad aprile si era fatta vedere alle “Primarie delle idee” promosse proprio da Renzi. In un’aula dove i giochi sono già fatti, l’ex ministra cerca quindi di ritagliarsi un nuovo ruolo, magari in attesa di chissà quale incarico. Dopotutto, la politica è anche la capacità di riciclarsi; e Madia, che un tempo sbandierava la propria “meravigliosa inesperienza” -4, oggi mette a frutto un bagaglio di relazioni e potere che vale molto più di un curriculum.
Una frattura silenziosa ma epocale per le opposizioni
Sebbene la deputata abbia voluto sminuire la portata del gesto – parlando di “continuità dell’impegno” e non di rottura – la verità è che il Pd perde un pezzo della sua storia recente. Non si tratta certo di un abbandono di massa, ma è il primo strappo in un delicato equilibrio interno alle opposizioni, dove i distinguo su Ucraina, politiche sociali e alleanze con il Movimento 5 Stelle stanno logorando nervi e pazienza. Di certo, Silvia Salis, indicata da Madia come “molto capace”, potrà giovarsi di questa iniezione di esperienza; mentre per Italia Viva si tratta di un innesto di peso, capace di portare una patente di serietà istituzionale a un progetto che fatica a decollare nei sondaggi. Resta da chiedersi se questo passaggio sia davvero funzionale al rafforzamento dell’area riformista o se, come spesso accade, serva solo a soddisfare l’ambizione personale di chi non vuole scendere dal carro.




