Nissan annuncia 20.000 licenziamenti e taglia sette stabilimenti nel piano "Re:Nissan"
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Redazione Economia
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La crisi della Nissan, che già da mesi mostrava segni di difficoltà, ha raggiunto un punto di non ritorno. La casa automobilistica giapponese ha ufficializzato un piano di ristrutturazione radicale, denominato "Re:Nissan", che prevede il taglio di 20.000 posti di lavoro entro il 2027 – ben 11.000 in più rispetto ai 9.000 già annunciati lo scorso autunno – e la chiusura di sette stabilimenti su diciassette, riducendo così a dieci il numero degli impianti produttivi. Una mossa drastica, dettata dalle perdite record registrate nell’ultimo esercizio finanziario, che segna una svolta senza precedenti nella storia dell’azienda.
I conti, chiusi al 31 marzo 2024, hanno fatto emergere un buco di 670,9 miliardi di yen (circa 4,1 miliardi di euro), aggravato dai costi di riorganizzazione. L’utile operativo è crollato dell’88%, fermandosi a 69,8 miliardi di yen (400 milioni di euro), con un margine ridotto allo 0,9%. Le vendite globali, pur registrando una lieve crescita negli Stati Uniti (+3,3%), sono calate del 2,8%, attestandosi a 3,35 milioni di veicoli. Un tracollo che ha coinvolto anche Renault, che detiene il 35,71% di Nissan e ha riportato una perdita di 2,2 miliardi di euro nel primo trimestre.
Il piano "Re:Nissan" punta a rilanciare la competitività dell’azienda attraverso un ridimensionamento strutturale, con l’obiettivo di creare un’organizzazione più snella e reattiva alle fluttuazioni del mercato. La decisione di ridurre del 15% la forza lavoro e di concentrare la produzione in meno stabilimenti – alcuni dei quali situati in Giappone – riflette una strategia di sopravvivenza che potrebbe diventare un modello per altri costruttori in difficoltà.
L’ipotesi di una fusione con Honda, circolata nelle scorse settimane, è stata definitivamente accantonata, lasciando alla Nissan l’unica strada percorribile: tagliare costi e capacità produttiva. Se da un lato la ristrutturazione mira a riportare l’azienda in attivo, dall’altro solleva interrogativi sulle ricadute sociali, con migliaia di lavoratori destinati a perdere il posto in un arco temporale relativamente breve.




