Landini, Schlein, Conte: ossa rotte. Quando il sindacato si fa partito e perde contatto con il lavoro

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Redazione Interno Redazione Interno   -   L’affluenza, ferma al 30%, ha decretato il naufragio dei cinque referendum abrogativi promossi da Cgil, Pd, M5S e Avs. Il quorum, nemmeno sfiorato, ha trasformato la consultazione in un insuccesso senza attenuanti, un flop che – per usare un’espressione fantozziana – non ammette scuse. A uscirne con le ossa rotte sono i promotori: Maurizio Landini in primis, Elly Schlein e Giuseppe Conte, insieme a quella che viene definita, non senza ironia, la «carovana» del campo largo.

Lorenzo Castellani, storico e politologo della Luiss, ha spiegato perché la crisi democratica non c’entra. «Abbassare i quorum – ha osservato – sarebbe una scelta populista. Portare l’asticella dal 50% al 40%+1 degli aventi diritto significherebbe dare a una minoranza della minoranza il potere di alterare leggi decise dal Parlamento, stravolgendo il sistema rappresentativo su cui si fonda la Costituzione».

Stefano Bonaccini, presidente del Pd, ha ammesso che «se vota uno su tre, è sempre una sconfitta», pur sostenendo che l’iniziativa della Cgil fosse una risposta all’inerzia del governo su diritti del lavoro e precarietà. «Il Paese si sta impoverendo proprio a partire dai redditi da lavoro», ha aggiunto, evitando però di riconoscere che la strategia referendaria si è rivelata un azzardo.

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