La sfida dell’UDC alla crescita: il referendum svizzero per blindare la popolazione a dieci milioni di anime
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Redazione Esteri
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Sarà il prossimo 14 giugno che i cittadini elvetici, chiamati alle urne per l’ennesima volta in un esercizio di democrazia diretta, si troveranno a dover sciogliere un nodo cruciale per il futuro del loro Paese. L’iniziativa popolare federale “No a una Svizzera da 10 milioni”, un testo che l’Unione Democratica di Centro (UDC) è riuscita a portare al vaglio popolare dopo aver raccolto 114.600 firme in circa nove mesi, propone di ancorare alla Costituzione un tetto massimo invalicabile per la popolazione residente permanente, fissando il limite a dieci milioni di persone entro il 2050 -1. La proposta, che mira a introdurre un nuovo articolo costituzionale dedicato allo “sviluppo demografico sostenibile”, interviene in un contesto demografico ben preciso: secondo i dati dell’Ufficio federale di statistica, alla fine del terzo trimestre del 2025 la Svizzera contava già 9,1 milioni di abitanti, una crescita che negli ultimi dieci anni è stata di circa cinque volte superiore alla media degli Stati membri dell’Unione Europea -1-7.
La macchina federale si mette in moto tra numeri e polemiche
Il Consiglio federale, preso atto del raggiungimento del quorum necessario, ha ufficialmente fissato la data della votazione, aprendo di fatto la campagna referendaria. Il meccanismo previsto dall’iniziativa è graduale ma stringente: qualora la popolazione dovesse toccare quota 9,5 milioni, il governo e il Parlamento sarebbero automaticamente obbligati ad adottare misure correttive per contenere il fenomeno, intervenendo in particolare sui permessi di soggiorno temporanei, sul ricongiungimento familiare e sulle politiche di asilo -1. Solo in ultima istanza, e nel caso in cui la soglia dei dieci milioni venisse superata prima del termine previsto e per due anni consecutivi, si arriverebbe alla cosiddetta “notbremse”, il freno d’emergenza che comporterebbe la sospensione dell’accordo sulla libera circolazione delle persone con l’Unione Europea, a meno che Bruxelles non offra soluzioni alternative per contenere i flussi -4.
Gli argomenti dei promotori, con il presidente del partito Marcel Dettling in prima linea, si concentrano su un disagio diffuso che l’immigrazione, a loro dire, avrebbe esacerbato: gli affitti alle stelle, il sovraffollamento dei mezzi pubblici e il cedimento di quei servizi pubblici un tempo considerati un’eccellenza elvetica -1. Un sondaggio condotto lo scorso dicembre e ripreso da diverse testate, tra cui il New York Times, fotografa un Paese spaccato, con un 48% di elettori che si dichiara favorevole al tetto, un dato che dimostra quanto il sentimento anti-straniero, in Europa, abbia radici profonde e rinvigorite dall’onda lunga della crisi migratoria di un decennio fa -1-7.
Il fronte del “no” e la preoccupazione per le relazioni con l’Unione Europea
Sul versante opposto si schiera un fronte eterogeneo ma compatto che comprende gran parte degli altri partiti e, fatto saliente, i vertici delle grandi multinazionali elvetiche. Colossi come Roche, UBS e Nestlé hanno espresso forte preoccupazione per le conseguenze economiche di un eventuale “sì”, paventando il rischio concreto di dover rivedere gli accordi bilaterali con l’Unione Europea, in particolare quelli che garantiscono l’accesso al mercato unico e che sono stati faticosamente raggiunti nell’anno precedente -1. Per queste aziende, che dipendono in larga misura dalla manodopera qualificata proveniente dai Paesi UE, l’adozione della misura equivarrebbe a una spinta a delocalizzare le proprie attività all’estero, minando un pilastro dell’economia nazionale -1.
Oltre ai timori industriali, si aggiungono le valutazioni del Consiglio federale e della maggioranza parlamentare, che nell’iniziativa non vedono una soluzione ai problemi, bensì la creazione di nuovi e più complessi grattacapi diplomatici -4. La necessità di rinegoziare o denunciare trattati internazionali considerati “causa di crescita demografica”, come recita il testo, appare alla maggioranza dell’establishment politico come un azzardo che potrebbe isolare la Confederazione. Tra gli oppositori si contano anche i Verdi liberali e il centro-sinistra, con il leader centrista Jürg Grossen che ha definito la proposta come una via che getterebbe la Svizzera “nel caos e nell’isolamento”, in un acceso dibattito tenutosi in Parlamento e ripreso dall’emittente nazionale SRF -7.
Mentre la campagna entra nel vivo, con l’UDC che torna a utilizzare una retorica muscolare come quella che nel 2006 portò ai celebri manifesti della pecora nera espulsa, il Paese si prepara a una nuova, intensa discussione sulla propria identità. Un dibattito che, al di là della soglia numerica dei dieci milioni, mette in luce la tensione irrisolta tra una tradizione di apertura economica e un crescente desiderio di preservare equilibri sociali e territoriali percepiti come minacciati.




