Svizzera, il popolo dice no al tetto di 10 milioni: la svolta green dell’Udc non basta a fermare l’immigrazione

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La lunga campagna referendaria che ha diviso la Svizzera si chiude con una vittoria netta del fronte del “no”. L’elettorato, chiamato alle urne il 14 giugno per esprimersi sull’iniziativa popolare "No a una Svizzera da 10 milioni!", ha respinto il testo promosso dall’Unione democratica di centro (Udc) con una percentuale che, stando alle prime proiezioni dell’istituto gfs.bern per conto della SSR, si attesta intorno al 55% di voti contrari.

La proposta, che avrebbe reso la Confederazione il primo Paese al mondo a fissare un limite demografico nella propria Costituzione, ha dovuto così cedere il passo alle ragioni economiche e diplomatiche, sostenute in particolare dalla Svizzera francese e dai grandi agglomerati urbani.

Il crollo del consenso e il fattore urbano

L’esito del voto, se da un lato certifica il fallimento dell’ennesima offensiva sovranista del partito di maggioranza relativa, dall’altro rivela una geografia politica ben precisa. Il dado, infatti, è stato tratto da due elementi distinti ma complementari. Da una parte, la compatta opposizione della Romandia – dove Ginevra, Vaud e Neuchâtel hanno superato soglie di rigetto del 60% – e, dall’altra, il netto rifiuto delle aree metropolitane come Zurigo e Basilea.

Un “no” che è risultato tanto più significativo se si considera che, proprio in alcune roccaforti della Svizzera centrale e del Ticino, il “sì” aveva inizialmente raccolto ampi favori. In questi cantoni, infatti, l’allarme lanciato dall’Udc – secondo cui l’incremento demografico (+23% dal 2002 a oggi, arrivando a 9,1 milioni) avrebbe saturato infrastrutture e trasporti e fatto lievitare gli affitti – ha trovato terreno fertile, ma non sufficiente a ribaltare l’esito nazionale.

Fuori dai confini nazionali, è bastato osservare il voto dei circa 480mila svizzeri residenti all’estero per capire da che parte pendesse l’ago della bilancia: una larga maggioranza (il 63%) ha bocciato l’iniziativa, temendo le ripercussioni sul diritto alla libera circolazione e sullo status stesso dei cittadini elvetici in Europa.

I due volti della votazione: servizio civile e cure dentarie

Mentre il dibattito nazionale era monopolizzato dal tema del milione di abitanti in più atteso entro il 2050, le urne hanno espresso la loro volontà anche su altri oggetti, sebbene con toni meno acceso. Da segnalare, in particolare, l’approvazione della revisione della legge sul servizio civile, un intervento – questo sì – che modifica concretamente la vita dei giovani coscritti, inasprendo le condizioni di accesso all’obiezione di coscienza.

Un risultato passato quasi in sordina, sommerso dal fragore della campagna principale, ma che rappresenta un aggiustamento normativo di rilievo nell’ambito della sicurezza interna. Di segno opposto, invece, l’esito della votazione sulle prestazioni odontoiatriche: la proposta di estendere l’obbligo di rimborso da parte dell’assicurazione di base per le cure dentarie, infatti, non ha raccolto i favori necessari, confermando la storica riluttanza del sistema sanitario elvetico a includere la dentistica tra le prestazioni obbligatorie.

Al contempo, è passata la neutralizzazione dell’aumento dei valori di stima, una misura tecnica volta a stabilizzare il mercato immobiliare e a evitare oneri fiscali aggiuntivi per i proprietari di case in contesti di inflazione.

Controllo e relazioni: il nodo irrisolto con Bruxelles

Se l’iniziativa è stata archiviata, le paure che l’hanno generata restano vive. Il cuore della proposta dell’Udc, va ricordato, non era solo un generico invito alla decrescita felice, ma un meccanismo a ingranaggio piuttosto duro. Raggiunta la soglia dei 9,5 milioni, il governo (Consiglio federale) sarebbe stato obbligato a intervenire con misure correttive immediate: dalla stretta sul diritto d’asilo alla limitazione del ricongiungimento familiare, fino alla possibile esclusione dei rifugiati ammessi provvisoriamente dal permesso di soggiorno e dalla cittadinanza.

Nel caso in cui anche queste misure si fossero rivelate inefficaci nel frenare la crescita (prevista intorno al 2042 per il superamento dei 10 milioni), la legge prevedeva l’atto più drastico, ovvero la denuncia dell’accordo sulla libera circolazione delle persone con l’Unione europea. Un’ipoteca questa che, nelle settimane precedenti il voto, ha mobilitato l’intero establishment economico e politico (dagli industriali ai sindacati) contro il testo definito "caotico" o, nelle parole del ministro della Giustizia Beat Jans, una potenziale "Brexit svizzera" che avrebbe isolato la nazione.

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