Ballottaggi e deroga sarda, l’affluenza delle 23 si ferma al 39,8 per cento
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Redazione Interno
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Sono state più di un milione e centotrentamila le persone, stando ai dati diffusi dal Viminale, che tra la giornata di ieri e le ultime ore del turno serale hanno deciso di recarsi nuovamente ai seggi per definire la governace di 42 comunci italiani, ma a pesare – è bene sottolinearlo – sono soprattutto i numeri relativi alla partecipazione: alle 23, orario di chiusura dello scrutinio per la giornata di domenica, l’affluenza nazionale si è infatti attestata al 39,8 per cento.
Un dato, questo, che acquisisce rilievo soprattutto se paragonato a quanto accaduto al primo turno di appena due settimane fa, quando la percentuale di votanti, sempre alle 23, era decisamente più alta. Sei, in totale, i capoluoghi di provincia ancora in bilico e chiamati al ballottaggio – Lecco, Arezzo, Macerata, Chieti, Agrigento e Trani – mentre nell’Isola, dove si votava contestualmente per il primo turno in 148 centri, la situazione procedeva su un doppio binario normativo.
La deroga per i piccoli centri e il quorum del 40 per cento
A dettare le regole, per questa specifica tornata elettorale, è il decreto-legge numero 196 del 27 dicembre 2025, una norma che ha prorogato una deroga sostanziale valida esclusivamente per i comuni al di sotto dei quindicimila abitanti nei quali – circostanza non rara nei piccoli paesi sardi – si fosse presentata una sola lista.
In questi casi, contrariamente a quanto avviene per il resto d’Italia, la competizione non viene annullata: perché l’elezione sia valida è sufficiente che si rechi alle urne almeno il 40 per cento degli aventi diritto (il cosiddetto quorum strutturale) e che la lista unica ottenga, tra i voti espressi, una percentuale di gradimento non inferiore alla metà più uno. Questa condizione, che sostituisce la necessità di una vera e propria sfida tra candidati, ha permesso a diversi comuni sardi di chiudere in anticipo i giochi.
Primi verdetti in Sardegna, Romana incorona Fabio Piredda
Mentre in molti centri del Sassarese si attende ancora il raggiungimento della soglia minima, uno dei primi risultati certi – sebbene i dati ufficiali del ministero dell’Interno debbano ancora essere validati – arriva da Romana, piccolo centro dove l’affluenza ha sfondato il muro del 40 per cento consentendo a Fabio Piredda di prepararsi a indossare la fascia tricolore.
Per l’ufficialità, lo si legge nella nota diramata dalla prefettura, bisognerà attendere la chiusura totale delle operazioni di voto prevista per le 15 di lunedì 8 giugno, nonché l’espletamento dello scrutinio che deve ancora accertare la percentuale di voti validi; si tratta, in ogni caso, di una formalità tecnica. Piredda, che torna a sedere sulla poltrona di primo cittadino dopo sei anni, aveva già maturato una lunga esperienza amministrativa tra i banchi del consiglio comunale, alternando ruoli di assessore e vice-sindaco nel corso delle passate legislature.
Le centenarie di Seulo e l’esempio di “tzia” Giovanna
Tra i dati più suggestivi, e per certi versi toccanti, di questa domenica elettorale spicca la partecipazione delle fasce più anziane della popolazione, specialmente nelle cosiddette “blue zone” dell’isola dove la longevità raggiunge picchi mondiali. A Seulo, piccolo centro della Barbagia noto proprio per l’elevatissimo tasso di centenari, “tzia” Giovanna Murgia – che ha compiuto cento anni lo scorso 26 maggio – ha voluto recarsi di persona al seggio per esprimere il proprio sostegno all’unica lista in campo, quella che riconferma il sindaco uscente Enrico Murgia.
Accompagnata dai familiari, la signora ha salutato il presidente di seggio e gli scrutatori, infilando poi la scheda nell’urna tra gli scatti di qualche telefonino; un gesto, il suo, che restituisce plasticamente l’importanza del rito democratico anche laddove la scelta, come accade in questi casi, è inevitabilmente vincolata a un’unica opzione politica.
Se a Ollolai il ballottaggio tra Zedde e Soro tiene ancora banco, episodi come quello di Seulo dimostrano come l’esercizio del diritto di voto, lungi dall’essere una formalità, rappresenti per molti una consuetudine identitaria che prescinde dalla competizione effettiva.




