Everest, il giorno della folla: 274 in vetta in 24 ore, è già record

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Mercoledì 20 maggio 2026, la montagna più alta del pianeta, quella che da sempre rappresenta l’ultima frontiera dell’avventura solitaria, si è trasformata per alcune ore in una sorta di via Crucis affollata, se così si può dire senza banalizzare l’impresa. Quel giorno, dal versante nepalese dell’Ottomila, ben 274 alpinisti hanno piantato i ramponi sulla vetta, stabilendo un nuovo primato – impressionante e al tempo stesso agghiacciante per gli ambientalisti dell'alta quota – di presenze in un lasso di tempo così ristretto. La catena umana, secondo i dati diffusi dal Dipartimento del Turismo del Nepal e dalla Expedition Operators Association of Nepal (Eoan), si è protratta per oltre undici ore, a partire dalle tre del mattino fino a metà pomeriggio, sfruttando un’insolita finestra di bel tempo che ha sbloccato le spedizioni rimaste nei campi base.

Numeri da capogiro e l’ombra del 2019

La cifra ufficiale, che batte il precedente record di 223 scalatori raggiunto proprio il 22 maggio 2019, ha del clamoroso, ma nasconde anche un risvolto logistico tutt’altro che trascurabile. In quella giornata da molti definita storica, i numeri parlano chiaro: non solo 274 persone hanno toccato gli 8.849 metri, ma tra queste figurano anche 150 sherpa, gli angeli custodi dell’Himalaya senza i quali, va detto, molti di quei turisti non avrebbero mai messo piede così in alto. Rishi Bhandari, segretario generale dell’Eoan, ha confermato la portata dell’evento, definendolo il più massiccio mai registrato dalla regione del Khumbu. Se da un lato l’economia nepalese gioisce per i proventi dei permessi (venduti a 15.000 dollari ciascuno, ndr), dall’altro le immagini delle lunghe code a ridosso della “zona della morte”, l’area oltre gli 8.000 metri dove l’ossigeno scarseggia in modo letale, hanno riacceso il dibattito, sempre acceso ma mai sopito, sui rischi del sovraffollamento.

Kami Rita, il re dell’Everest, fa 32

In mezzo a quella fiumana di aspiranti recordman, c’è chi quel record lo detiene da anni e lo ha appena allungato. Domenica scorsa, anticipando il record del mercoledì, la leggenda vivente Kami Rita Sherpa ha raggiunto la cima per la 32esima volta. Sì, avete letto bene: trentadue. La guida nepalese, 56 anni, che accompagnava i clienti della compagnia “14 Peaks Expedition”, ha migliorato un primato che già le apparteneva e che, francamente, sembra blindato per i decenni a venire. La prima scalata risale al 1994; da allora, tolte le stagioni funestate dal terremoto del 2015 e dalla pandemia, non ha mai saltato l’appuntamento con la sua montagna. Nella stessa spedizione, anche un'altra stella dell’alpinismo femminile, Lhakpa Sherpa, 52 anni, ha fatto centro per l’undicesima volta, consolidando il suo primato incontrastato tra le donne.

Le ragioni di un “tappeto umano” verso la vetta

Cosa ha scatenato questa valanga di scarponi? Diverse concause. La prima, e forse la più decisiva, è di carattere geopolitico: il versante tibetano, la via Nord che tradizionalmente assorbiva parte del flusso, è rimasto chiuso per mancato rilascio dei permessi da parte delle autorità cinesi. Ne consegue che tutte le spedizioni internazionali si sono riversate sulla via nepalese, creando un imbuto pericoloso. A questo si aggiunge la finestra meteorologica: per giorni i forti venti hanno tenuto gli alpinisti bloccati nei campi; quando il tempo si è calmato, tutti hanno approfittato dell’unica occasione utile, come scolaretti che escono dalla classe allo stesso identico momento. Le autorità locali, pur avendo incassato milioni di dollari (ben 494 permessi rilasciati per la primavera del 2026), dovranno presto fare i conti con la sicurezza: aspettare ore in fila a 8.000 metri, con la maschera dell’ossigeno che consuma riserve preziose, è un gioco che può rivelarsi mortale.

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