Sopravvissuto sei giorni sull’Everest, la guida sherpa si trascinava verso il campo base mentre la famiglia già lo piangeva
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Redazione Esteri
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Quando le squadre di soccorso hanno interrotto le ricerche – o forse, a pensar male, non le avevano mai iniziate sul serio – e i familiari, rassegnati, avevano già avviato i riti funebri secondo la tradizione nepalese, Dawa Sherpa, 52 anni, era ancora vivo. Stremato, disidratato, con le mani segnate dal congelamento e un osso rotto, la guida alpina è riemersa letteralmente dal ghiaccio giovedì scorso, strisciando verso il campo base dell’Everest dopo sei giorni di agonia solitaria a quote che superano i settemila metri.
A raccontarlo, in queste ore, sono gli stessi soccorritori e i medici dell’ospedale HAMS di Kathmandu, dove l’uomo è ricoverato in condizioni stabili nonostante la gravità delle sue ferite. La notizia, rimbalzata da un capo all’altro del pianeta, ha restituito un alone di miracolo a una stagione alpinistica, quella pre-monsonica del 2026, che fino a quel momento aveva registrato solo dispersi e almeno cinque vittime accertate.
L’ultimo contatto e la separazione fatale nella “zona della morte”
Tutto è accaduto tra il Campo III e il Campo IV, lungo il crinale che dall’Everest conduce giù verso valle, in una fascia di altitudine dove l’ossigeno è un ricordo e ogni passo diventa una lotta contro l’asfissia. Era il 29 maggio quando Dawa Sherpa, che molti conoscono anche con il soprannome di “Hillary” Sherpa in onore del celebre esploratore, si è fermato. Stava accompagnando un alpinista polacco, e insieme a loro c’era anche un altro scalatore britannico, Chris Thrall. La spedizione, organizzata da una piccola agenzia di Kathmandu, la Himalayan Traverse Pvt. Ltd.
, non aveva evidentemente retto il passo di una stagione di record, costellata di assembramenti in vetta e di ritardi logistici. Il gruppo, stanco e con le bombole d’ossigeno quasi esaurite, si era spezzato. Thrall, che fu l’ultimo a vedere la guida ancora in vita seduta sullo zaino, ha raccontato ai media di aver dovuto fare una scelta tremenda: aiutare il cliente polacco, che soffriva di congelamento ed era rimasto senza ossigeno supplementare, o risalire per soccorrere lo sherpa che sembrava volersi solo riposare un attimo.
Ha scelto il primo, e quando si è girato indietro, dell’altro uomo non c’era più traccia.
Cioccolato, ghiaccio e una caduta in un crepaccio
La sopravvivenza di Dawa Sherpa – che la moglie Damu e la figlia ormai speravano solo di poter ricomporre in un funerale – è una sequenza di improbabili casualità e di istinto puro. Senza cibo, ha raccontato ai giornalisti della BBC dal suo letto d’ospedale, ha resistito due giorni a digiuno. Poi, frugandosi nelle tasche, ha trovato l’unica risorsa a sua disposizione: qualche pezzo di cioccolato dimenticato. Per placare la sete, invece, ha masticato ghiaccio con una tale voracità da essersi scheggiato i denti.
Mentre tentava una discesa a tentoni, l’imprevisto peggiore: è precipitato in un crepaccio profondo, rimanendo intrappolato per due giorni e mezzo in quella che sarebbe dovuta essere la sua tomba di ghiaccio. A salvarlo, paradossalmente, è stato un altro pericolo mortale. Una valanga, scaricando tonnellate di neve nella fenditura, ha creato una sorta di rampa naturale che gli ha permesso di scalare le pareti di ghiaccio e riemergere in superficie.
«Ho messo piede sulla neve, mi sono alzato e ho guardato in alto», ha dichiarato, «ho sentito che potevo uscirne».
Un salvataggio quasi casuale e le polemiche sui soccorsi
A trarlo in salvo, giovedì scorso, non è stata una squadra di soccorso in elicottero partita con un piano preciso, bensì un gruppo di addetti del Sagarmatha Pollution Control Committee (SPCC) che stava svolgendo un lavoro ben diverso: raccogliere i rifiuti abbandonati dagli alpinisti. Hanno visto quell’uomo stremato trascinarsi carponi nei pressi della cascata di ghiaccio del Khumbu, ormai priva di scale e corde fisse perché la stagione era ufficialmente chiusa. Lo hanno caricato in braccio, trasportato a valle e infine elitrasportato a Kathmandu.
Le polemiche, tuttavia, non sono mancate. La famiglia ha sporto denuncia contro l’agenzia Himalayan Traverse, accusandola di non aver attivato le ricerche in tempo utile. «Se fosse stato un cliente straniero», ha dichiarato un nipote dell’uomo, «i soccorsi sarebbero stati organizzati subito». Il cliente polacco, ricoverato in ospedale, ha rilasciato dichiarazioni pesanti riguardo la scarsa organizzazione della spedizione e l’assenza di assistenza per la guida, rimasta indietro mentre gli altri scendevano.
Dawa, intanto, risponde alle cure: il peggio è passato, anche se le dita delle mani restano a rischio a causa dei congelamenti riportati durante quella lunga, lunghissima attesa tra i ghiacci.




