Everest, i sette giorni da sopravvissuto di Dawa Sherpa: il ghiaccio masticato, le poche tavolette di cioccolato e il crepaccio
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Redazione Esteri
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È una storia che sembra uscita dalla penna di un narratore dell’Ottocento, quella del cinquantaduenne nepalese Dawa Sherpa – conosciuto anche come “Hillary” in omaggio al celebre alpinista neozelandese –, il quale ha letteralmente sfidato ogni legge della fisiologia umana rimanendo in vita per sette giorni nella cosiddetta “zona della morte” dell’Everest.
A ritrovarlo, giovedì scorso, mentre strisciava stremato lungo i pendii del Khumbu Icefall verso il campo base, è stata un’equipe di addetti alle pulizie che, a fine stagione, smantella le corde fisse e raccoglie i rifiuti lasciati dalle spedizioni. Il suo volto, semi-congelato ma ancora cosciente, ha fatto presto il giro del mondo, e oggi emergono dettagli ancora più incredibili su come sia riuscito a sopravvivere senza bombole d’ossigeno né viveri, a un’altitudine dove la ragione e i polmoni di solito cedono nel giro di poche ore.
La separazione nella fascia gialla
Dawa stava accompagnando un cliente polacco durante la discesa quando, nei pressi della Yellow Band – una formazione rocciosa che si trova a circa 7.500 metri, tra il Campo III e il Campo IV –, ha iniziato ad accusare serie difficoltà motorie. Secondo la ricostruzione raccolta da Tshiring Jangbu Sherpa, il quale ha ascoltato la testimonianza del nipote Kunga, la guida è stata costretta a fermarsi perché le riserve d’ossigeno si erano esaurite.
A differenza di quanto si potrebbe pensare, Dawa non si è “perso”: è stato lui stesso a decidere di rimanere indietro, convinto forse di potersi riprendere dopo un breve riposo, mentre gli altri membri del gruppo proseguivano la discesa per mettersi in salvo. Chi lo ha visto l’ultima volta, un alpinista britannico, ha raccontato di averlo incrociato seduto sullo zaino, come aveva fatto centinaia di volte prima, ma questa volta la situazione era radicalmente diversa: era solo, senza ossigeno supplementare, e la notte stava per calare.
La discesa solitaria e il crepaccio
Per i primi due giorni – racconta ora Dawa dal letto dell’ospedale HAMS di Kathmandu, dove è ricoverato per grave disidratazione, congelamento e una frattura – non ha ingerito nulla. Poi ha iniziato a masticare ghiaccio, un’azione che lui stesso descrive come dolorosa (“Mi faceva male ai denti, ma l’ho masticato forte”), finché non ha trovato in tasca alcune tavolette di cioccolato, probabilmente avanzate dal pasto in vetta.
Quel poco zucchero e l’acqua ricavata dalla fusione del ghiaccio gli hanno dato la forza di proseguire: ha raggiunto il Campo III, dove ha trovato una tenda abbandonata per passare la notte, e poi è sceso fino al Campo II, scoprendo però che tutte le strutture erano state smantellate.
Ma è al ghiacciaio Khumbu che si consuma il frangente più drammatico della sua odissea: le lunghe scale d’alluminio che consentono l’attraversamento dei crepacci erano già state rimosse dalla squadra di pulizia, e Dawa, nel tentativo di saltare una delle spaccature più larghe, è precipitato all’interno di una voragine.
Lì, imprigionato per circa due giorni e mezzo, ha udito un boato. Una valanga – forse provocata dal distacco di un seracco – ha infatti riversato una coltre di neve e detriti proprio dentro la fessura in cui era intrappolato. “Salendo su quella neve, mi sono alzato e ho guardato in alto. Ho sentito che potevo uscire da lì”, ha dichiarato ai soccorritori.
Quella scala improvvisata di ghiaccio (che durante la notte si è ulteriormente indurita) gli ha permesso di rimettersi in cammino a quattro zampe, spesso strisciando, fino a incontrare gli operatori ecologici che lo hanno caricato in spalla. La sua famiglia, nel frattempo, aveva già iniziato i riti funebri, certa di non rivederlo più.
La ricostruzione dei tempi e le polemiche
Sebbene il racconto si focalizzi esclusivamente sui fatti accaduti sul versante, non si può ignorare l’eco delle polemiche che stanno seguendo il salvataggio. Secondo la testimonianza raccolta da Kunga Sherpa, l’incidente nel crepaccio sarebbe avvenuto intorno al 1° giugno, dopo che l’uomo aveva dormito al Campo III la notte del 29 e sceso al Campo II il giorno successivo. In totale, Dawa ha impiegato sette giorni per coprire il tratto che solitamente si percorre in poche ore, e questo lento procedere ha probabilmente ingannato i primi ricercatori.
Non è chiaro perché la compagnia che lo aveva ingaggiato abbia ritardato l’invio dell’elicottero di ricerca; quel che è certo è che, al momento dell’avvistamento, l’uomo non aveva più né la forza di alzarsi né la possibilità di comunicare, e la sua sopravvivenza è stata definita dalla stampa internazionale – con poche ma efficaci parole – “un vero e proprio miracolo”.




