L'Aia e le sue contraddizioni: le parole di Rocchi su Milan-Fiorentina

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Sport Redazione Sport   -   L'immagine di coerenza che l'Associazione Italiana Arbitri cerca di proiettare, attraverso il meccanismo trasparente di Open VAR, si scontra platealmente con le valutazioni tecniche espresse in quella stessa sede a commento degli episodi più controversi. L'analisi dell'episodio del calcio di rigore concesso al Milan nel finale di Milan-Fiorentina, per un contatto tra Fabiano Parisi e Santiago Gimenez, ha infatti rivelato una frattura tra la filosofia ufficiale e la sua applicazione concreta, gettando una luce inquietante sui criteri reali che guidano le decisioni. Andrea De Marco, rappresentante designato del responsabile degli arbitri, ha spiegato senza giri di parole che l'intervento della sala VAR guidata da Paolo Valeri è stato, a suo giudizio, un errore, poiché l'arbitro Livio Marinelli aveva inizialmente valutato come non sufficientemente intenso il contatto per assegnare un rigore.

La spiegazione in studio e il dialogo dagli audio

Durante la trasmissione Open VAR, De Marco ha ribadito la linea voluta da chi guida l'organismo: "Quando c’è l’intensità, come in questo caso, il VAR non deve intervenire". Una dichiarazione che, se da un lato cerca di chiarire i protocolli, dall'altro solleva interrogativi non banali su cosa costituisca effettivamente l'intensità di un fallo, un parametro soggettivo che continua a essere fonte di interpretazioni diametralmente opposte. A suffragio di questa tesi, sono stati diffusi gli audio del colloquio tra Marinelli in campo e la sala VAR, dai quali si evince come l'arbitro avesse inizialmente giudicato il gesto di Parisi, definito come un "braccio largo", non penalizzante.

Il contrasto tra la valutazione in campo e l'intervento tecnologico

La successiva raccomandazione del VAR, che ha spinto Marinelli a rivedere la propria decisione al monitor laterale, appare in netto contrasto con il principio della "soglia molto alta" per l'assegnazione dei rigori, più volte invocato pubblicamente. È proprio questa discrepanza a creare sconcerto, poiché dimostra come, nonostante le direttive ufficiali, la tentazione di correggere il giudizio di chi si trova a pochi metri dall'azione rimanga forte. L'episodio, che ha di fatto determinato l'esito della partita, diventa così l'emblema di un dualismo irrisolto tra l'autorità dell'arbitro in campo e l'influenza, a volte determinante, della tecnologia.

Le conseguenze di una linea non univoca

Ciò che emerge con forza dalla vicenda non è tanto la correttezza o meno della singola decisione, quanto l'evidente stridore tra una dichiarata filosofia di non intervento, salvo per gli "errori chiari e manifesti", e una prassi che sembra invece seguire logiche differenti. La mancanza di univocità, resa pubblica proprio dagli strumenti creati per garantire trasparenza, finisce per minare la credibilità dell'intero sistema, lasciando club e tifosi nella perenne incertezza su quali siano i veri parametri di giudizio. Una situazione che richiederebbe, forse, una riflessione più profonda di una semplice analisi postuma in televisione.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.