Ciro Grillo e i tre amici condannati per violenza sessuale di gruppo, i giudici: «Condotte di particolare brutalità»
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Redazione Interno
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Il tribunale di Tempio Pausania ha depositato le motivazioni, estese per 72 pagine, con cui lo scorso settembre ha condannato Ciro Grillo, figlio del comico Beppe Grillo, insieme agli amici Edoardo Capitta e Vittorio Lauria a otto anni di reclusione, e Francesco Corsiglia a sei anni e sei mesi. La sentenza, che conferma le pesanti condanne per violenza sessuale di gruppo, si fonda su una ricostruzione che i magistrati definiscono inoppugnabile, scaturita da una testimonianza – quella della giovane vittima – ritenuta «pienamente attendibile» fin dalle prime battute dell’indagine.
L'immutato racconto della vittima e il contesto predatorio
I giudici, nello snodare l’iter argomentativo, pongono l’accento sul fatto che il racconto della studentessa italo-norvegese, all’epoca dei fatti diciannovenne, si sia mantenuto «immutato nel suo nucleo essenziale» sin dalla denuncia, un elemento che ne ha corroborato in modo decisivo la credibilità. Le motivazioni descrivono una serata, nel luglio del 2019, all’interno della villa di famiglia a Porto Cervo, trasformatasi in un contesto di coercizione e prevaricazione. La dinamica, secondo quanto emergerebbe dalle pagine della sentenza, escluderebbe in modo categorico qualsiasi ipotesi di consenso della giovane ai rapporti sessuali, avvenuti invece in una condizione di costrizione e di assoluta impossibilità di reazione.
La brutalità come elemento distintivo dell'agire del gruppo
È proprio qui che i magistrati introducono una definizione gravosa, scrivendo di un «contesto di particolare brutalità» che avrebbe caratterizzato l’azione del quartetto. Un gruppo, si legge, che ha agito in maniera «coesa fin da principio» e che ha mantenuto un comportamento «predatorio e prevaricatorio», mostrando una totale indifferenza verso lo stato di fragilità in cui versava la ragazza. Queste espressioni, che vanno oltre la mera qualificazione giuridica del reato, delimitano i confini di una responsabilità morale percepita come aggravata dalla coesione e dall’atteggiamento spietato dei condannati, i quali non avrebbero tenuto «in considerazione alcuna» la persona offesa.
I riscontri oggettivi e il percorso giudiziario
La ricostruzione del tribunale, che si sofferma sui dettagli di quella notte in Costa Smeralda, trova ulteriore sostegno in elementi di riscontro oggettivo, come la consumazione forzata di alcolici e le tracce di lesioni riscontrate sul della giovane, fattori che concorrono a dipingere un quadro di violenza fisica e psicologica. La sentenza, dunque, non si limita a un'esposizione dei fatti ma tratteggia, attraverso una prosa giuridica che non ammette ambiguità, la fisionomia di un episodio le cui conseguenze hanno segnato profondamente la vita della vittima e che ora trova un suo provvisorio punto di approdo nell’aula di un tribunale sardo, in attesa dei gradi di giudizio successivi.




