L’esplosione di Colleferro riaccende il dibattito sul nuovo impianto di nitrogelatina ad Anagni
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Redazione Interno
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Il boato, distinto e inquietante, è stato avvertito con chiarezza anche a diversi chilometri di distanza, gettando nuovamente ombre su un progetto già al centro di polemiche da mesi. L’esplosione che ha interessato lo stabilimento KNDS Ammo Italy di Colleferro, nel pomeriggio di ieri, ha riaperto immediatamente il fronte delle contestazioni relative al nuovo impianto che la stessa azienda intende realizzare ad Anagni, in località La Macchia, a pochi passi dall’autostrada A1.
La deflagrazione, avvenuta dopo un principio di incendio, non ha per fortuna causato vittime né feriti tra i 24 operai presenti, ma la sua potenza, tale da far tremare i vetri delle case nel raggio di diversi chilometri, ha riacceso i timori per la sicurezza di un territorio già provato da decenni di criticità ambientali.
Un progetto nel mirino dopo il boato
La vicenda di Colleferro, dove le fiamme hanno interessato il reparto di pressatura delle polveri, ha riportato l’attenzione sul polo industriale che KNDS sta potenziando nel Lazio meridionale. In questo contesto, il progetto per la fabbrica di nitrogelatina ad Anagni, che ha ottenuto il via libera dalla Regione Lazio dopo un iter autorizzativo complesso, è finito nuovamente sotto la lente d’ingrandimento.
L’area interessata è quella dell’ex Winchester, dove sorgeranno undici capannoni su una superficie di circa 35 ettari, destinati alla produzione di una sostanza utilizzata come propellente per munizioni e polveri da artiglieria. Un investimento da 41 milioni di euro, sostenuto dal programma europeo Rearm Europe, che secondo i promotori dovrebbe servire a ridurre la dipendenza dell’Italia da fornitori esteri nel settore della difesa.
Le voci del territorio e le richieste di sicurezza
La collocazione dell’impianto, all’interno del Sito di Interesse Nazionale (SIN) della Valle del Sacco e in un’area soggetta alla normativa Seveso sul rischio di incidenti rilevanti, rende la questione particolarmente delicata. La presenza di abitazioni a circa 900 metri dall’area dello stabilimento e la vicinanza all’autostrada sono elementi che, alla luce di quanto accaduto a Colleferro, alimentano le preoccupazioni dei residenti. L’Assemblea No War Valle del Sacco ha espresso un dubbio amaro: «Cosa sarebbe successo se un incidente di questa natura fosse avvenuto ad Anagni?».
La domanda che gli attivisti pongono è se il territorio sia davvero in grado di fronteggiare un’emergenza simile, considerando che ad Anagni non è presente un distaccamento dei vigili del fuoco e l’ospedale più vicino si trova a Frosinone.
Le prescrizioni e le contestazioni
Il progetto, pur avendo ricevuto il parere favorevole dall’Area A.I.A. della Direzione Regionale Ambiente, è stato subordinato a una serie di prescrizioni rigorose imposte da Regione e Arpa Lazio, che hanno chiesto garanzie sulla sicurezza, sulla gestione delle acque sotterranee e sul controllo delle emissioni acustiche. Nonostante queste cautele, le associazioni ambientaliste, da Legambiente ai comitati locali, hanno rinnovato il loro appello affinché l’iter venga fermato.
Per loro, la Valle del Sacco, già segnata da un grave inquinamento, merita un futuro diverso, legato alla bonifica e a un’industria green, non alla produzione di esplosivi. La speranza di chi si oppone è che l’incidente di Colleferro non venga dimenticato e che serva da monito per una riflessione approfondita sul modello di sviluppo industriale che si vuole imprimere a quest’area.
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