Colleferro, l’esplosione riaccende i dubbi sull’impianto di nitrogelatina ad Anagni
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Redazione Interno
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Il boato, avvertito distintamente anche a diversi chilometri di distanza, ha riaperto un fronte di polemiche che sembrava momentaneamente sopito. L'esplosione di ieri pomeriggio all'interno dello stabilimento KNDS Ammo Italy di Colleferro, in provincia di Roma, ha riacceso i timori sul fronte ambientale e della sicurezza tra gli abitanti della zona nord della provincia di Frosinone, in particolare ad Anagni, dove da mesi si discute del progetto per un nuovo impianto del gruppo franco-tedesco.
L'area interessata dal progetto è quella dell'ex Winchester, nei pressi dell'area di servizio La Macchia dell'Autostrada A1, dove dovrebbe sorgere uno stabilimento destinato alla produzione di nitrogelatina, materiale utilizzato come propellente nella fabbricazione di munizioni e polveri per artiglieria. L'incidente di Colleferro, che per fortuna non ha provocato vittime né feriti tra i 24 operai presenti, riporta così l'attenzione su un piano industriale che, come vedremo, si inserisce in un contesto geopolitico di ben più ampia portata.
Il contesto del riarmo europeo e la strategia KNDS
L'azienda coinvolta nell'esplosione non è un'attività commerciale qualunque: la KNDS Ammo Italy, ex Simmel Difesa, è uno dei principali produttori italiani di munizionamento di medio e grosso calibro, con un ruolo di primo piano nella filiera europea della difesa. La produzione di Colleferro, che spazia da proiettili per artiglieria navale a cariche per obici da 155 millimetri, è considerata strategica in un momento storico segnato dalla guerra in Ucraina.
Non a caso, il sito è finito sulle pagine di testate come il Kyiv Independent, che ha ipotizzato un possibile coinvolgimento russo nell'episodio, paragonandolo ad altri attacchi con droni che hanno recentemente interessato la Germania.
Ed è proprio in questo quadro che si inserisce il progetto di Anagni: l'iniziativa, sostenuta dal programma europeo ReArm Europe con un finanziamento comunitario di circa 41 milioni di euro, mira a internalizzare una materia prima fondamentale per la produzione bellica. La nitrogelatina prodotta nel nuovo stabilimento servirebbe infatti a rifornire direttamente lo stabilimento KNDS di Colleferro, riducendo la dipendenza da fornitori esteri.
L'iter per la realizzazione dell'impianto, che sorgerà su una superficie di circa 35 ettari con 11 capannoni e una capacità produttiva stimata di tre tonnellate di esplosivo al giorno, ha recentemente ottenuto il via libera dalla Regione Lazio.
Le criticità e le richieste di garanzie sul territorio
La notizia dell'esplosione a Colleferro ha però innescato una reazione immediata tra le associazioni e i comitati civici che da tempo si oppongono al progetto di Anagni. Le contestazioni, che avevano già trovato espressione in mobilitazioni pubbliche e in un presidio organizzato davanti ai cancelli della KNDS lo scorso aprile, si sono fatte più pressanti.
L'Assemblea No War Valle del Sacco ha sollevato dubbi concreti sulla capacità del territorio di far fronte a un'emergenza simile, chiedendo quali sarebbero stati i tempi di intervento dei vigili del fuoco e i mezzi a disposizione in caso di un incidente grave nello stabilimento di Anagni, situato in prossimità dell'autostrada e di aree abitate.
Le preoccupazioni non sono infondate: l'area individuata per il nuovo impianto ricade all'interno del Sito di Interesse Nazionale della Valle del Sacco ed è soggetta alla normativa Seveso per il rischio di incidenti rilevanti. Le prime abitazioni si trovano a circa 900 metri di distanza.
A ciò si aggiunge l'assenza di un distaccamento dei vigili del fuoco ad Anagni, con il Comando provinciale situato a Frosinone, e la mancanza di un ospedale con Pronto Soccorso nella città, elementi che gettano ombre sulla gestione di una potenziale maxi-emergenza.
Il ruolo di Giorgio Beretta e delle associazioni ambientaliste
Tra le voci più critiche si è levata quella di Giorgio Beretta, tra i massimi esperti del mercato dell'industria bellica, che ha denunciato il paradosso di un territorio che, secondo i comitati, farebbe affari a scapito della salute e della sicurezza dei cittadini. Anche Legambiente, per bocca del suo presidente nazionale Stefano Ciafani, ha espresso la propria contrarietà, definendo l'incidente di Colleferro un ulteriore motivo per fermare il progetto di Anagni e destinare la Valle del Sacco a bonifiche e a un'industria green.
La richiesta di un "no" al progetto, sostenuta anche dal movimento politico Possibile, non è quindi solo una posizione ideologica contro la produzione bellica, ma si basa su un'analisi delle criticità logistiche e infrastrutturali che renderebbero il territorio inadatto a ospitare un impianto di questo tipo.
Le indagini sull'esplosione e i prossimi passi
La Procura di Velletri ha aperto un fascicolo per accertare le cause dell'esplosione allo stabilimento di Colleferro, che secondo le prime ricostruzioni degli investigatori si sarebbe verificata nel reparto dedicato alla pressatura delle polveri. Mentre i vigili del fuoco continuano a lavorare con la massima cautela per mettere in sicurezza l'area a causa del rischio di nuovi scoppi, le polemiche sul fronte di Anagni si intensificano.
La Regione Lazio e Arpa Lazio, nel percorso autorizzativo, hanno già imposto una serie di prescrizioni all'azienda, chiedendo garanzie sulla sicurezza della struttura e controlli sul terreno, sulle acque e sulle emissioni acustiche. Tuttavia, per i comitati e le associazioni, questo non è sufficiente: la partita, come hanno sottolineato i rappresentanti del comitato "Disarmiamoli-Valle della Sacco", è tutt'altro che conclusa.
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