Il Cio cambia rotta: stop alle atlete trans, a Los Angeles 2028 si torna ai test genetici

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Redazione Sport Redazione Sport   -   È stata una svolta attesa, eppure carica di implicazioni tecniche e politiche, quella che il Comitato Olimpico Internazionale ha ufficializzato al termine dell’ultima riunione del suo Comitato esecutivo. Dopo anni di un approccio che lasciava alle singole federazioni la responsabilità di stabilire i criteri di ammissibilità – un quadro normativo frammentato che aveva alimentato non poche controversie – il Cio ha deciso di dettare una linea unica, valida per tutte le discipline, a partire dai prossimi Giochi di Los Angeles del 2028. L’ammissione alle competizioni femminili, sia negli sport individuali che in quelli di squadra, sarà d’ora in poi riservata esclusivamente alle persone di sesso biologico femminile, una condizione che verrà accertata attraverso un test cromosomico volto a escludere la presenza del gene Sry. Questa misura, che di fatto estende a tutto il movimento olimpico quanto già sperimentato nell’atletica leggera, nel pugilato e nello sci, segna un ritorno al passato: test simili erano già stati impiegati tra il 1968 e i Giochi di Atlanta del 1996, prima di essere abbandonati sotto la pressione della comunità scientifica, che ne contestava la pertinenza.

Il meccanismo del test e l’allineamento con gli Stati Uniti

Nel dettaglio, la nuova politica si basa su un test di screening del gene Sry, che verrà somministrato una sola volta nella carriera dell’atleta, con modalità non invasive come il prelievo salivare o un tampone buccale. La logica sottostante è quella di garantire quella che il Cio definisce “equità, sicurezza e integrità” all’interno della categoria femminile, basandosi su un’analisi avviata nel settembre del 2024 che ha coinvolto esperti medici e oltre mille atleti. La neopresidente dell’organismo, Kirsty Coventry, ha spiegato che questa scelta nasce dalla convinzione che anche il più piccolo dettaglio possa fare la differenza tra una vittoria e una sconfitta, rendendo “chiaro che non sarebbe giusto per gli uomini biologici competere nella categoria femminile”. Un aspetto che non è passato inosservato è la sostanziale convergenza di questa decisione con l’ordine esecutivo firmato dal presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, che già da tempo aveva imposto restrizioni simili nel contesto dello sport statunitense in vista proprio dell’appuntamento casalingo del 2028. Non si tratta, però, di una misura retroattiva: la medaglia d’oro vinta a Parigi dalla pugile algerina Imane Khelif, nonostante fosse stata segnalata come portatrice del gene, rimane valida, poiché il regolamento si applicherà solo per il futuro.

La reazione di J.K. Rowling e il fronte delle opposizioni

La notizia, come prevedibile, ha acceso il dibattito sui social network, dove una delle voci più influenti a sostenere la stretta è stata quella della scrittrice J.K. Rowling, autrice della saga di Harry Potter e ormai da anni impegnata in una battaglia pubblica contro quelle che definisce le “minacce” all’integrità dello sport femminile. L’entusiasmo della scrittrice è stato tale da farle quasi dimenticare – almeno per qualche ora – la promozione del nuovo trailer della serie televisiva ispirata ai suoi libri, un’occasione che solitamente non lascia passare inosservata. Rowling ha definito la decisione “un gradito ritorno a uno sport equo per le donne e le ragazze”, aggiungendo di non dimenticare “lo scandalo delle Olimpiadi di Parigi 2024”, un chiaro riferimento alle polemiche che avevano coinvolto la pugile algerina.

Tuttavia, se da un lato il provvedimento è stato accolto con favore da chi da tempo chiedeva regole più rigide, dall’altro ha suscitato le critiche di numerose organizzazioni internazionali impegnate nella difesa dei diritti umani nello sport. A nulla è servito che almeno ottanta associazioni, tra cui Sport Rights Alliance e ILGA World, avessero messo in guardia il “Gruppo di lavoro sulla protezione della categoria femminile” presieduto da Kirsty Coventry, chiedendo di valutare con maggiore attenzione le ripercussioni sui diritti delle atlete prima di procedere. Il timore espresso da questi gruppi è che si tratti di un passo indietro di trent’anni, un ritorno a pratiche scientifiche ormai superate e considerate invasive, che rischiano di penalizzare non solo le atlete transgender ma anche molte donne intersessuali, nate con variazioni genetiche naturali ma cresciute come femmine sin dalla nascita.

Questioni pratiche e criticità giuridiche

L’applicazione concreta della nuova normativa, che entrerà in vigore tra due anni, solleva inoltre non poche questioni di carattere pratico e legale, soprattutto in quei Paesi – come la Francia – dove le leggi sulla bioetica vietano l’esecuzione di test genetici in assenza di una specifica necessità medica. Il Cio ha già annunciato che, in questi casi, le atlete potranno essere sottoposte al test nel Paese ospitante la competizione, garantendo così che il tempo a disposizione fino al 2028 possa essere utilizzato per risolvere le criticità procedurali. Per quanto riguarda le eccezioni, l’unica prevista riguarda gli atleti con diagnosi di sindrome da insensibilità completa agli androgeni (Sica) o altre rare patologie dello sviluppo sessuale (Dsd) che non beneficiano degli effetti anabolizzanti del testosterone; in tutti gli altri casi, la positività al gene Sry comporta l’esclusione dalla categoria femminile, con la possibilità per l’atleta di competere nelle categorie maschili o miste. La nuova politica sostituisce integralmente il quadro del 2021, che aveva aperto la strada a un approccio più inclusivo basato sull’identità di genere e sui livelli di testosterone, segnando così una netta inversione di rotta nella strategia del massimo organo dello sport mondiale.

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