Un fiore per Aurora Livoli, stuprata e strangolata a Milano. Centinaia in strada e un’unica richiesta: “Stop ai femminicidi”
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Redazione Interno
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Milano – Che cosa ha sbagliato il “sistema” perché un pregiudicato assassino, il peruviano Emilio Gabriel Valdez Velasco, potesse essere libero di girare, violentare e uccidere ancora? La domanda, che si insinua come una lama nella coscienza collettiva, rimbomba in una via Paruta resa muta dal lutto. Proprio lì, in un androne che sembrava un luogo qualsiasi, si è consumata, nella notte tra il 28 e il 29 dicembre, la fine di Aurora Livoli, diciannovenne originaria di Monte San Biagio, stuprata e strangolata. La sua colpa, se così si può chiamare, era quella di aver incontrato sulla sua strada un uomo con precedenti per reati sessuali, il quale, dopo aver già aggredito un’altra ragazza quel medesimo pomeriggio, l’aveva convinta a seguirlo. Un interrogativo, quello sul fallimento delle maglie di protezione, che si intreccia a un altro, ancor più lancinante e ampio: che cosa “sbaglia” una società in cui queste morti atroci, i femminicidi, continuano a ripetersi con una ciclicità spietata, quasi fossero un bollettino di guerra che nessuno sa più come fermare.
Un lutto che si ripete
A soli tre mesi di distanza, infatti, la città era ancora ferita dal ricordo di Pamela Gemini, neanche trentenne, accoltellata trentaquattro volte a poche centinaia di metri da quel luogo. Un parallelismo che stringe lo stomaco e che racconta, senza bisogno di retorica, di una violenza di genere che non conosce tregua né confini, capace di colpire nel cuore delle metropoli come nei piccoli paesi. Ed è proprio nel suo paese, Monte San Biagio, che Aurora è stata riportata per l’ultimo saluto. La comunità, stretta in un dolore compatto, ha vegliato il feretro nella chiesetta di San Giovanni Battista, sotto il lutto cittadino decretato dal sindaco. Tanti, troppi, coloro che hanno voluto esserci, a testimonianza di un affetto che la violenza non è riuscita a spezzare del tutto, se non nel.
Le parole dell'arcivescovo
A officiare le esequie è stato l’arcivescovo di Gaeta, monsignor Luigi Vari, il quale, durante un’omelia carica di pathos, ha scelto di rivolgersi direttamente alla giovane scomparsa. “È difficile farsi ragione di tanta brutalità e sofferenza”, ha detto, sottolineando come “una violenza e follia che ci lascia senza fiato” abbia strappato un’esistenza appena sbocciata. Parole che, pur nella loro solennità, non sono riuscite a placare il senso di ingiustizia e l’orrore per un destino così crudele. Un destino che ha travolto Aurora, partita per Milano con i suoi sogni, e che ora costringe tutti a fare i conti con l’incapacità di proteggere le vite più vulnerabili.
L'omaggio silenzioso in strada
Tornando a Milano, intanto, il tributo è stato silenzioso eppure potentissimo. In via Paruta, dove la vita di quartiere cerca faticosamente di riprendere il suo corso, decine di persone si sono radunate per depositare fiori. La prima rosa è stata posata dall’altra ragazza, quella che era stata molestata da Valdez Velasco poche ore prima del femminicidio e che, per un destino capriccioso, si è trovata a sopravvivere. Quel muro di fiori, cresciuto ora dopo ora, è diventato un simbolo spontaneo di resistenza al dolore e di una richiesta muta ma inequivocabile: diffondere, finalmente, una cultura del rispetto per le donne che vada al di là delle parole e dei proclami, trasformandosi in azioni concrete, in prevenzione, in giustizia che prevenga e non si limiti a constatare. Un fiore per Aurora, dunque, ma anche per tutte le altre, in una lunga e insopportabile lista che attende ancora, disperatamente, di interrompersi.




