La cultura traina l’economia, ma i dati mostrano andamenti contrastanti
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Redazione Economia
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Il sistema culturale e creativo italiano continua a rappresentare un pilastro economico dal potenziale notevole, sebbene le ultime analisi rivelino dinamiche territoriali non uniformi, con aree in crescita e altre che registrano invece segnali di affaticamento. Lo attestano i risultati del rapporto “Io sono cultura 2025”, un documento che, incrociando le rilevazioni dell’Osservatorio economico della Camera di commercio della Romagna con quelle elaborate da Fondazione Symbola in collaborazione con Unioncamere e il Centro Studi Tagliacarne, offre un ritratto articolato di un settore in costante evoluzione. In provincia di Rimini, ad esempio, si contano quasi duemila imprese del cosiddetto “core cultura”, un tessuto vivace dove più della metà opera nei servizi creativi, mentre una parte significativa si dedica alla produzione di beni culturali replicabili; tuttavia, nonostante questa vitalità imprenditoriale, gli studi segnalano per l’area un calo della ricchezza prodotta, un dato che impone una riflessione sulla reale sostenibilità dei modelli di business adottati.
Il caso Abruzzo: un motore regionale in accelerazione
Scenario diverso, e per certi versi più incoraggiante, è quello che emerge dall’analisi della situazione abruzzese. Nel 2024 il Sistema produttivo culturale e creativo regionale ha generato un valore aggiunto di 1,314 miliardi di euro, una cifra che corrisponde al 3,6% dell’intera economia locale e che segna un incremento dell’1,8% rispetto all’anno precedente. Gli occupati nel settore superano le ventiduemila unità, costituendo il 4,0% del totale regionale, a conferma di come le attività legate alla cultura siano in grado di assorbire forza lavoro qualificata e di generare indotto. I numeri, che si leggono nel medesimo rapporto di Fondazione Symbola, descrivono un ecosistema robusto, dove la creatività si traduce concretamente in PIL e posti di lavoro, sostenendo un’idea di sviluppo che fa della cultura una sua componente strutturale e non meramente accessoria.
Le geografie interne della vitalità creativa
La fotografia abruzzese diventa ancor più nitida se si osservano le distribuzioni provinciali, le quali disegnano mappe di specializzazione differenziate. Pescara si conferma il motore principale in termini di valore aggiunto e occupazione complessiva nei settori culturali e creativi, seguita da Chieti; quest’ultima, però, si distingue per la presenza di un elevato numero di professionisti che operano all’interno dei settori manifatturieri e dei servizi, a indicare una permeazione della cultura in ambiti produttivi tradizionali. L’Aquila, dal canto suo, primeggia per il contributo legato al patrimonio storico-artistico e alle performing arts, mentre Teramo, spesso in coppia con Pescara, mostra una particolare vocazione nel comparto del software e si posiziona bene nell’editoria. Sono proprio queste articolazioni a dimostrare come il fenomeno culturale non sia monolitico, ma si componga di tanti distretti creativi, ciascuno con le proprie peculiarità e punti di forza.
Oltre i numeri: la sfida di una strategia organica
Il direttore di Fondazione Symbola, commentando i dati abruzzesi, ha sottolineato la necessità di trasformare la cultura in una leva di sviluppo regionale a tutti gli effetti, un concetto che vale anche per le altre realtà nazionali. Le cifre, se da un lato raccontano di un settore vitale e capace di resistere alle congiunture negative, dall’altro pongono interrogativi sulle politiche in grado di sostenerne la crescita a lungo termine e di colmare gli squilibri territoriali. La sfida, quindi, non è solo quantitativa – misurabile in punti percentuali di PIL o in occupati – ma qualitativa e progettuale, richiedendo un approccio integrato che sappia coniugare innovazione, formazione e valorizzazione del capitale umano e dei beni comuni, senza il quale si rischia di disperdere un potenziale unico.
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