Il Parlamento europeo chiude i rubinetti del gas russo, la prossima mossa sul nucleare
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Redazione Esteri
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Con un voto che non ammette ambiguità, l’Aula di Strasburgo ha siglato, ponendo fine all’iter legislativo, la misura che sancisce il distacco definitivo dell’Unione europea dalle forniture di gas della Russia. L’assemblea, votando a larga maggioranza – si contano infatti 500 favorevoli, 120 contrari e 32 astensioni – ha confermato l’intesa raggiunta in sede inter-istituzionale all’inizio del mese, tracciando un calendario stringente che, una volta per tutte, mira a recidere un legame energetico divenuto insostenibile dopo l’invasione dell’Ucraina. Un passaggio, questo, che gli stessi promotori della risoluzione definiscono come una tappa necessaria, sebbene non conclusiva, della strategia di autonomia energetica e di risposta alle azioni di Mosca.
Il cronometro della disconnessione
Il regolamento approvato, il cui iter era partito a giugno, stabilisce scadenze precise e differenziate per le due principali tipologie di importazione. Per il gas naturale liquefatto (GNL), la cui commercializzazione sul mercato spot è già una realtà quotidiana, scatterà un divieto totale a partire dal primo giorno del 2026. Per il gas trasportato via gasdotto, invece, la chiusura sarà graduale ma altrettanto inesorabile, con un termine ultimo fissato al 30 settembre del 2027. Il testo, riconoscendo le vulnerabilità di alcuni paesi, prevede una clausola di salvaguardia: gli Stati membri, qualora si trovassero con i livelli di stoccaggio al di sotto delle soglie di sicurezza richieste, potranno richiedere una proroga, seppur minimale e limitata a un solo mese, spostando così la deadline al 31 ottobre dello stesso anno. Una concessione marginale, che non intacca la sostanza di un provvedimento pensato per essere irrevocabile.
Il fronte del no e lo sguardo al futuro
Il voto, per quanto schiacciante, non è stato unanime. All’opposizione si sono schierati, tra gli altri, i rappresentanti della Lega e del Movimento Cinque Stelle, i quali hanno espresso il loro dissenso in aula. Mentre i rubinetti del gas sono destinati a chiudersi, da più parti nel Parlamento europeo – come sottolineato dal nostro inviato – si alza già la voce per spingere oltre la strategia di disimpegno. L’obiettivo successivo, dichiarato senza mezzi termini, è prendere di mira l’energia nucleare di provenienza russa, un altro settore in cui la dipendenza del continente rimane significativa e che, secondo molti, rappresenta il prossimo fronte su cui agire per completare l’isolamento energetico di Mosca. Una prospettiva che promette di riaccendere il dibattito nei prossimi mesi.
Il contesto strategico e le implicazioni
Questa decisione, che giunge in un momento di ridefinizione degli equilibri globali e con Donald Trump nuovamente presidente degli Stati Uniti, non è un atto isolato ma si inserisce in un più ampio quadro di sanzioni e contromisure. La normativa, la cui entrata in vigore è imminente, trasforma in legge una volontà politica emersa con forza dopo lo scoppio del conflitto, costringendo i Ventisette a un accelerato processo di diversificazione delle fonti. Se ne vedranno gli effetti, certamente, sui mercati e sulle strategie industriali dei singoli paesi, chiamati a un adattamento che, per alcuni di essi, si prospetta particolarmente oneroso. Il cammino verso l’autonomia energetica europea, del resto, passa anche attraverso scelte dolorose e tempi definiti, come quelli sanciti oggi a Strasburgo.




