L’Europa chiude i rubinetti: stop al gas russo dal 2027, ma Budapest fa ricorso

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Dopo mesi di negoziati serrati, l’Unione europea ha finalmente trovato un’intesa per tagliare definitivamente il cordone ombelicale energetico con Mosca, fissando una data che, seppur lontana, segna un punto di non ritorno. L’accordo provvisorio, stretto tra il Consiglio Ue e i negoziatori del Parlamento europeo, prevede un divieto giuridicamente vincolante e graduale sulle importazioni di gas naturale dalla Russia, il cui percorso, articolato in tappe precise, culminerà nella cessazione totale degli acquisti di Gnl entro la fine del 2026 e di quelli via gasdotto a partire dal settembre 2027. Un compromesso, questo, che riflette la necessità di mediare tra l’urgenza strategica di privare il Cremlino di risorse fondamentali per lo sforzo bellico e le oggettive difficoltà di alcuni Stati membri, tradizionalmente dipendenti dagli approvvigionamenti orientali e politicamente più vicini a Putin, i quali hanno ottenuto una transizione più dilazionata nel tempo. La presidente della Commissione Ursula von der Leyen ha parlato, commentando la notizia, di un «giorno storico» per il blocco comunitario, sottolineando come molti non credessero nella fattibilità di una simile decisione, che ora apre la strada a nuove partnership con fornitori affidabili.

Le tappe di un distacco annunciato

Il regolamento, il quale deve ancora superare l’iter formale della ratifica da parte dei Ventisette e della plenaria dell’Eurocamera, delinea un percorso obbligato per gli Stati membri, imponendo loro di ridurre progressivamente le importazioni secondo scadenze precise e monitorate. Se l’obiettivo finale è l’azzeramento, la strada per raggiungerlo è lastricata di impegni intermedi che i Paesi dovranno onorare, un meccanismo pensato per garantire sicurezza agli approvvigionamenti durante la transizione e per permettere di completare le infrastrutture necessarie a diversificare le rotte. Non mancano, tuttavia, voci critiche come quella dell’economista Paul De Grauwe, il quale ha espresso un certo scetticismo sui tempi lunghi scelti dall’Ue, ritenendo che una misura di tale portata, destinata a tagliare risorse vitali a un Paese che ha drammaticamente aumentato le spese militari, avrebbe dovuto essere implementata con maggiore celerità e carattere di urgenza.

L’ombra del ricorso ungherese

Proprio la lunghezza di questa road map, però, non è bastata a placare del tutto le resistenze interne, dimostrando quanto il tema energetico resti un nervo scoperto nell’architettura comunitaria. L’Ungheria di Viktor Orbán, che assieme alla Slovacchia è tra le nazioni più esposte al metano russo, ha già annunciato l’intenzione di presentare un ricorso contro l’accordo, una mossa che getta un’ombra di incertezza procedurale su un processo già di per sé complesso. Questa opposizione, attesa ma significativa, rimarca le profonde divisioni politiche che attraversano il Vecchio Continente, le quali, in casi di cronaca nera legata a indagini giudiziarie su reti di spionaggio o di pressione, spesso emergono con forza, rivelando fratture che vanno ben al di là delle mere questioni di politica energetica.

Uno sguardo oltre l’Atlantico

Il contesto internazionale, del resto, non è statico, e la decisione europea si inserisce in un panorama globale in rapida evoluzione, dove anche le scelte di altri attori chiave influenzano gli equilibri. L’amministrazione del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, rientrata alla Casa Bianca, sta ridefinendo la sua politica estera in modo marcato, con ripercussioni che toccano direttamente la sicurezza e le alleanze transatlantiche. In questo scenario, la ricerca di una autonomia energetica da parte dell’Europa, sebbene tardiva, assume il valore di una necessità strategica imprescindibile, un tentativo di guadagnare margine di manovra in un mondo sempre più polarizzato, dove le forniture di gas possono trasformarsi, e si sono trasformate, in una potente arma di ricatto geopolitico.

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