La straordinaria intervista di Susie Wiles, capo di gabinetto che parla di Trump, Vance e Bondi

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Nella silenziosa ma potente macchina dell’amministrazione Trump, Susie Wiles ha sempre operato dietro le quinte, forgiando strategie e mediando conflitti con una riservatezza che è diventata la sua firma. Per questo, la pubblicazione di un lungo e dettagliato profilo su Vanity Fair, basato su undici interviste concesse nell’arco di un anno, ha generato un terremoto politico a Washington-2-3. Wiles, figura chiave della campagna di Trump nel 2016 e nel 2024, e prima donna a ricoprire il ruolo di capo di gabinetto alla Casa Bianca, ha rotto ogni regola della discrezione, offrendo valutazioni franche e non convenzionali sul presidente, sul vicepresidente e su altri membri di spicco del Gabinetto-1-10. Il suo stile, definito da un ex capo di gabinetto repubblicano come quello di una persona che è "prima senza eguali", è stato messo a nudo in una serie di conversazioni registrate che hanno lasciato esterrefatti gli alleati e acceso un immediato dibattito sulle sue reali intenzioni-2-6.

Le valutazioni personali che hanno fatto scalpore

Le critiche politiche e le ammissioni su tasse e vendette

Oltre ai giudizi personali, l'intervista ha rivelato divergenze su concrete politiche di governo. Wiles ha ammesso di essere stata "sbalordita" dalla drastica riduzione dell'Agenzia degli Stati Uniti per lo sviluppo internazionale (USAID) voluta da Elon Musk, e ha definito "irrazionale" quel processo. Ha inoltre parlato di "enormi disaccordi" all'interno dell'amministrazione riguardo all'introduzione di nuovi dazi commerciali, un pilastro dell'agenda economica di Trump, descrivendo il loro lancio come un "enorme pensiero ad alta voce". In un passaggio particolarmente significativo, Wiles ha riconosciuto che nelle azioni legali intraprese contro avversari politici "potrebbe esserci un elemento" di ritorsione. Pur precisando di non credere che Trump "si svegli pensando alla ritorsione", ha aggiunto che "quando c'è un'opportunità, lui la coglie". Ha anche rivelato di aver inizialmente consigliato al presidente di essere selettivo nei perdoni per i condannati del 6 gennaio, suggerendo di limitarli a coloro che non commisero atti violenti, ma di essersi poi "in un certo senso allineata" alla sua decisione di concedere una grazia generale.

La difesa a oltranza della Casa Bianca e la questione Epstein

La pubblicazione dell'articolo ha innescato una immediata e compatta reazione di difesa da parte dell'intera amministrazione. Susie Wiles stessa ha preso la parola sui social media, accusando Vanity Fair di aver realizzato un "articolo dannoso", sostenendo che un "contesto significativo" fosse stato ignorato per "dipingere una narrazione caotica e negativa". La portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, ha rincarato la dose, parlando di "pregiudizio per omissione" e prendendo le difese della capo di gabinetto, definita "il consigliere più leale" del presidente. Anche le figure criticate hanno mostrato solidarietà: Pam Bondi ha scritto su X che l'amministrazione è "una famiglia" unita, mentre JD Vance, pur scherzando sul definirsi un complottista "solo di teorie vere", ha elogiato Wiles come "la migliore capo di gabinetto che il presidente possa chiedere". Proprio sulla gestione dei file di Epstein, Wiles ha fornito dettagli inediti, affermando che Trump "è nel file", ma non per aver fatto "nulla di terribile", limitandosi a essere stato, in passato, "una sorta di giovane playboy" insieme a Epstein. Ha anche smentito, in modo netto, le affermazioni del presidente secondo cui l'ex presidente Bill Clinton avrebbe visitato l'isola di Epstein 28 volte, dichiarando semplicemente: "Non ci sono prove".

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.