Leonardo, il patto di stabilità e le tensioni in Iran affossano il titolo a Piazza Affari

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Aprile, si sa, è storicamente un mese crudele per i mercati, ma per gli azionisti di Leonardo la batosta assume i contorni di una vera e propria débâcle. Da inizio mese, le azioni del colosso italiano della difesa e dell’aerospazio hanno registrato un crollo del 15%, un tonfo che appare ancora più fragoroso se paragonato al contesto: nello stesso arco temporale, l’indice FTSE MIB ha messo a segno un rialzo di quasi il quattro per cento. Una performance, quella del gigante guidato (almeno fino a questo fine settimana di passaggio di consegne) da Roberto Cingolani, che grida vendetta e che trova la sua spiegazione in un perfetto uragano di fattori endogeni ed esogeni, dove la politica industriale si scontra violentemente con i rigidi dettami della finanza comunitaria e con la polvere da sparo del Medio Oriente.

Il fattore Cingolani e il “no” della meloni

Il primo colpo, quello che ha aperto la voragine sui grafici, è arrivato da una decisione squisitamente politica. Il governo Meloni, attraverso il Ministero dell’Economia e delle Finanze che detiene una quota rilevante (circa il 30%), ha infatti deciso di non rinnovare il mandato all’attuale amministratore delegato Roberto Cingolani, preferendogli una figura certamente interna ma forse considerata meno autonoma, Lorenzo Mariani, proveniente dal mondo dei missili MBDA. Una scelta, questa, che ha gelato immediatamente gli investitori: i mercati, si sa, prediligono la continuità gestionale soprattutto quando i bilanci, come quelli di Leonardo, esitano risultati brillanti (utile netto a 1,22 miliardi di euro e portafoglio ordini voluminoso), e il timore di una sterzata strategica o semplicemente di un periodo di immobilismo decisionale ha innescato le vendite. Non è mancata la reazione del fronte degli azionisti di minoranza, con l’investitore attivista Guy Wyser-Pratte che ha tuonato contro quella che definisce un’ingerenza politica dannosa per il valore dell’azienda.

Il cortocircuito del Patto di Stabilità

Tuttavia, se il cambio al vertice ha fornito la scintilla, il vero combustibile dell’incendio che ha divorato le azioni Leonardo risiede nei numeri del debito pubblico italiano. Il titolo è scivolato in area 52 euro non solo per la sostituzione di Cingolani, ma perché gli investitori hanno fatto i conti con una realtà fiscale dolorosa e ineludibile: il Patto di stabilità. L’Italia, con un deficit al 3,1% del Pil certificato dall’Eurostat, resta formalmente in procedura d’infrazione, una maglia stretta che preclude l’accesso al fondo SAFE (Security Action for Europe). Questo strumento, dotato di una dotazione da 150 miliardi di euro pensata per sostenere le spese militari degli stati membri in deroga ai vincoli ordinari, diventa di fatto inaccessibile per Roma (così come per Parigi). Per Leonardo, che vive di commesse pubbliche e di progetti transnazionali, la conseguenza è una doccia fredda: meno fondi europei significano minori appalti e una revisione al ribasso delle previsioni di crescita, uno scenario che la banca d’affari Jefferies ha già tradotto in un doppio declassamento, abbassando il rating da "Buy" a "Hold" e limando il target price a 62 euro.

Geopolitica, tassi e droni low cost

Se il quadro europeo frena gli slanci continentali, quello mediorientale non offre alcun sollievo. Le recentissime escalation legate allo Stretto di Hormuz e il concreto rischio di un conflitto allargato tra Stati Uniti e Iran hanno riacceso la volatilità sui mercati, sospingendo al rialzo i rendimenti sovrani e restringendo ulteriormente lo spazio fiscale per i governi indebitati come quello italiano. Un paradosso solo apparente: la guerra, che fino a ieri faceva volare i titoli del settore Difesa, oggi rischia di strozzare il flusso di credito necessario per finanziare la riconversione produttiva. E come se non bastasse, a pesare sul sentiment c’è anche una questione strutturale che riguarda la stessa natura della minaccia bellica. L’analista Jefferies Chloe Lemarie ha messo in guardia gli investitori dal cambiamento di paradigma tecnologico: l’uso massiccio e sempre più economico dei droni, come si è visto nei recenti conflitti, sta erodendo la domanda per le costose piattaforme tradizionali su cui Leonardo ha costruito la sua fortuna, spostando la domanda verso soluzioni ibride e sistemi di difesa spaziale.

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