Trump spinge per un accordo a Gaza tra tensioni regionali con l'Iran
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Redazione Esteri
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Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha presentato la sua proposta per la tregua a Gaza come un punto di svolta, un quadro definitivo per pacificare la regione. Quello che emerge dalle sue dichiarazioni, tuttavia, assomiglia più a un ultimatum, una resa imposta che, se accettata, lascerebbe a Hamas margini di manovra estremamente ridotti. La sua iniziativa, che egli stesso definisce un riferimento imprescindibile per ogni futura trattativa, ripropone in sostanza gli elementi cardine della sua lungamente annunciata strategia per il Medio Oriente, senza introdurre vere novità negoziali. La prima fase dei colloqui, che si stanno svolgendo in Egitto, dovrebbe concludersi entro una settimana, secondo le indicazioni della Casa Bianca, la quale sta esercitando una forte pressione sul gruppo palestinese affinché accetti le condizioni senza tentennamenti.
Le richieste di Hamas e l’ostacolo Barghouti
Proprio al Cairo, dove le delegazioni sono al lavoro, Hamas ha avanzato le sue richieste precise, concentrate in larga parte su uno scambio di prigionieri. Un funzionario palestinese, citato da diversi giornali arabi, ha reso noto che il gruppo insisterà in modo particolare per la liberazione di sei detenuti, considerati figure di spicco. Tra di essi spicca il nome di Marwan Barghouti, a cui spesso ci si riferisce come a un leader carismatico, insieme ad Ahmed Saadat, Hassan Salama Abdullah, Ibrahim Hamed, Abdullah Barghouti e Abbas al-Sayed. Da parte sua, Israele ha già respinto con nettezza l’ipotesi di rilasciare Barghouti, segnando un confine invalicabile già in questa fase preliminare.
Una lettera al Nobel per la Pace per Trump
L’atmosfera carica di attesa ha spinto alcuni a compiere un gesto simbolico di grande impatto: l’Hostages and Missing Families Forum, un’associazione che rappresenta i familiari delle persone rapite, ha indirizzato una lettera al Comitato per il Premio Nobel per la Pace. Nel documento, si sollecita l’assegnazione del riconoscimento a Trump, un atto che intende celebrare il suo impegno nel rilanciare un dialogo concreto. La missiva è arrivata nel momento esatto in cui i negoziati riprendevano vita, quasi a voler suggellare una speranza di pace che molti, dopo mesi di conflitto, faticano ancora a vedere.
La posta in gioco strategica: indebolire l'Iran
La portata strategica del piano va però ben oltre i confini di Gaza. Analisti osservano che un accordo sul quale Hamas abbia poca voce in capitolo servirebbe in ultima analisi a indebolire l’Iran, suo principale sostenitore regionale, privandolo di un argine fondamentale. Una volta stabilizzata, o comunque controllata, la situazione a Gaza, Israele si troverebbe nella condizione di agire con maggiore libertà d’azione, potendo giustificare eventuali operazioni future con la necessità di contrastare una minaccia iraniana che, senza il contrappeso di Hamas, apparirebbe più diretta. È questa, in controluce, la vera posta in gioco della partita che Trump sta giocando, una mossa che lega il destino di un territorio devastato agli equilibri di potere nell’intero scacchiere mediorientale.




