Il flop del 3% e quei 598 milioni che inchiodano l’Italia: il Superbonus (e quei conti “dimenticati”) affossano il deficit

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Il mancato aggancio al traguardo del 3 per cento – quel famoso 3,07% che fa la differenza tra la libertà di manovra e la permanenza nella procedura d’infrazione – ha il sapore amaro della beffa aritmetica. La differenza, lo si è scoperto solo nelle ultime verifiche tecniche del Ministero dell’Economia e come confermato dalla validazione di Eurostat, era di appena 598 milioni di euro, una cifra che, rapportata alle dimensioni colossali del nostro Prodotto Interno Lordo (poco oltre i 2.258 miliardi), rappresenta una frazione infinitesimale. Eppure, è bastata quella manciata di centesimi di punto percentuale – la forbice tra il 3,04% previsto a ottobre e il 3,07% certificato dall’Istat – per vanificare la tanto agognata uscita dalla procedura. L’obiettivo fallito per un soffio significa, in termini pratici, il congelamento di quella flessibilità di bilancio che avrebbe permesso a Roma di gestire con più ampiezza le risorse, a partire dai dodici miliardi necessari per gli investimenti in Difesa senza dover necessariamente tagliare altrove.

Il “buco” nell’armadio dei conti: quei bonus a sorpresa spuntati a primavera

Cercare un capro espiatorio nel caos dei numeri sarebbe un esercizio riduttivo, se non fosse che gli stessi tecnici del Mef hanno dovuto ammettere una circostanza oggettivamente imbarazzante: a marzo del 2026, nella fotografia dei conti dell’anno appena chiuso, sono spuntati dal nulla 8,4 miliardi di euro di bonus edilizi. Una mole di fatturato fiscale che nessuno, nei mesi precedenti, aveva preventivato con precisione nei saldi di cassa. Non si tratta esclusivamente del vecchio 110%, ma della “coda” dell’agevolazione: quei lavori che, in virtù delle norme transitorie, sono stati completati e rendicontati a ridosso della scadenza del 31 dicembre, finendo per gravare sul bilancio 2025 come un macigno. Senza l’effetto di questi superbonus contabilizzati in ritardo, spiegano le simulazioni, il deficit si sarebbe attestato comodamente al 2,7%. Di fatto, una manciata di interventi edilizi (e, temono le verifiche in corso, alcune fatture dai connotati quantomeno sospetti) ha disinnescato la bomba della procedura europea che l’esecutivo sperava di disinnescare.

Il veleno incrociato tra Palazzo Chigi e i tecnici dell’Istat

La tensione politica, inevitabilmente, è schizzata alle stelle di fronte a questa sforatura di appena lo 0,1%, con la presidente del Consiglio Giorgia Meloni che ha parlato apertamente di una vera e propria ingiustizia statistica. La sua tesi, corroborata del resto da una prassi consolidata, è che l’Istituto nazionale di statistica sia strutturalmente incline a sottostimare il Pil nelle rilevazioni preliminari; se la crescita reale venisse ritoccata al rialzo nei prossimi mesi (abbassando così il rapporto deficit/Pil), l’Italia si ritroverebbe beffata da un eccesso di burocratismo contabile in sede europea. Dall’altra parte, certo, c’è la rigidissima matematica di Eurostat che non ammette “quasi” e per la quale rimanere sotto il 3% non è un optional estetico ma una conditio sine qua non per la riammissione nella cerchia virtuosa. Intanto, il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha dato mandato all’Agenzia delle Entrate e alla Guardia di Finanza di passare al setaccio quella “montagna di fatture” arrivate a ridosso del Capodanno -1-4; l’ipotesi, nemmeno troppo velata dai funzionari, è che una parte di questi 8,4 miliardi possa nascondere anomalie o tentativi di indebito utilizzo del credito, circostanza che, se dimostrata, renderebbe la beffa ancor più difficile da digerire per il contribuente.

Manovra al lumicino e l’eredità pesante di un anno perso

Le conseguenze di questo scostamento non sono astratte né rimandabili. Il Documento di finanza pubblica ha già dovuto rivedere al ribasso le stime di crescita per il 2026, fermandole a un anemico +0,6%. Restare incastrati nella procedura significa per il governo dover scegliere con il bilancino: rinnovare le agevolazioni fiscali per i redditi bassi o finanziare la decontribuzione sugli aumenti contrattuali? Le risorse, ora più che mai, sono tirate al centesimo. La retorica che vorrebbe addossare tutta la colpa a una legge approvata dalle precedenti amministrazioni (quella del cosiddetto “governo Conte”) si scontra infatti con la realtà cruda di un deficit che è stato sforato per una questione di decimali, un risultato che nessun governo avrebbe voluto collezionare a un solo anno dalle elezioni. Se è vero che il Superbonus ha creato voragini nei conti pubblici che si protrarranno anche nel 2026 e 2027, è altrettanto vero che la macchina dello Stato non ha saputo intercettare in tempo quelle fatture da quasi 10 miliardi, lasciando che il destino dell’Italia si decidesse su una partita di giro che molti definiscono già “un regalo avvelenato” alla politica di bilancio europea.

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